Qual è il ritornello trionfale che gli animalisti italiani ripetono da mesi, se non da anni? Secondo i blog animalisti, ripresi anche dalla stampa, sarebbe stata questa la rivoluzione: “L’Inghilterra vieta i circhi con animali”. Eccone uno della prima specie, a titolo d’esempio. La davano per una conquista già ottenuta. Esponenti della Lav così pontificavano circa un anno fa: “La nostra posizione di ferma condanna dei circhi con animali è già condivisa da molti Stati nel mondo che li vietano totalmente ed in Europa sono già 15 i Paesi che hanno proibito, del tutto o parzialmente, l’esibizione di circhi con animali ed anche l’Inghilterra a breve compirà questo importante passo di civiltà con il parere positivo espresso dall’Associazione Britannica dei Veterinari”. E invece? “Tutto arenato grazie a David Cameron”, scrive l’agenzia di stampa animalista GeaPress. Cerchiamo di capire cosa è successo.

In realtà la questione non è quella di tre o dieci circhi, di conservatori e progressisti, ma ha a che fare con la legalità, con considerazioni giuridiche insomma, e anche con una corretta idea del benessere animale.
Purtroppo in certi settori dell’animalismo nostrano tutto questo non si capisce. Vengono lette come “pressioni delle associazioni circensi” (che pure ci sono state e l’ECA si è ben battuta) quelle che in realtà sono cristalline azioni di risposta a divieti che infrangono la legge in nome di battaglie ideologiche contro gli spettacoli con animali. Fino a prova contraria i pronunciamenti dei “tribunali” non avvengono dietro pressioni ma in base all’applicazione del diritto.
Il problema però è anche un altro. La rivista Circo.it lo scrisse nel luglio del 2010: nonostante la fortissima pressione della lobby animalista, il bottino è stato magro, se si escludono alcuni paesi come la Bolivia, Israele e poco altro, che hanno introdotto divieti assoluti: “Nelle grandi capitali del mondo il circo con gli animali trova le porte aperte, anzi sta prendendo piede una nuova tendenza, fatta propria da tutti i paesi europei: regolamentare l’attività circense in modo da assicurare il più antico spettacolo del mondo e le migliori condizioni di vita delle specie esotiche e non”. 
A maggio, quindi la decisione è fresca fresca, il ministero dell’Ambiente, dell’Alimentazione e degli Affari Rurali (DEFRA) del Regno Unito ha chiaramente delineato la sua linea di condotta, che è anche quella del governo Cameron: il netto rifiuto di divieti. E il segretario per l’Ambiente Caroline Spelman aveva aggiunto che “qualsiasi circo in Inghilterra che desidera avere animali che si esibiscono come tigri, leoni e elefanti dovrà dimostrare che vengono raggiunti alti standard di benessere per ciascuno degli animali prima di poter ottenere un’autorizzazione a detenerli”. Severa applicazione degli standard, non divieti.
Tutto il mondo è paese, poi. I pronunciamenti dei Tar italiani vanno nella stessa direzione e a marzo salì alla ribalta delle cronache un altro caso: la Corte d’Appello lussemburghese ha dato ragione al circo Krone, vittima di un provvedimento “punitivo” del tipo di quelli cari agli animalisti. E in quell’occasione era stato ribadito un altro concetto di cui spesso, anche in Italia, non si tiene conto: impedire ad un circo di svolgere la propria attività significa venir meno al quadro di garanzie che consente la libertà di movimento e di fornitura di servizi nella Comunità Europea. Questo è lo stato di fatto dopo anni e anni di battaglie e barricate da parte degli animalisti, con spiegamenti di forze immensi. Che non sia venuto il momento di mettere da parte le rendite di posizione e porre al centro della contesa il benessere degli animali, accantonando le crociate? Il sasso nello stagno l’ha lanciato, guarda caso, Monica Cirinnà, animalista della prima ora, con in più il dono del dialogo, davanti all’assemblea dell’Ente Nazionale Circhi.
Claudio Monti



