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Matteo Colombo: “Fra me e il circo è stato amore a prima vista”

Matteo Colombo

Esce oggi, in abbinata col Corriere della Sera (ad 1 euro in più rispetto al prezzo del quotidiano), il racconto breve di Matteo Colombo Magari disturbiamo, che chiude la collana Io scrivo. Si tratta di una piacevole e inattesa sorpresa perché ci si trova immersi in una storia che conduce al cuore del circo e ne fa toccare con mano le atmosfere, le emozioni e gli stupori che solo la pista di segatura sa regalare.
Abbiamo intervistato l’autore di questo racconto, vincitore del concorso del Corriere.
Chi è Matteo Colombo e cosa fa nella vita?
Stavo per risponderti “Matteo Colombo scrive…”, ma mi sono fermato subito. Non voglio parlare di me in terza persona. C’è solo Maradona che parla di sé alla terza singolare.
Dunque, prima di tutto, scrivo. Scrivo sempre, scrivo ogni giorno. Non solo perché faccio il giornalista, ma perché non potrei fare altro. Ho 35 anni, sono nato a Cervesina (un piccolo paese in provincia di Pavia, nella Bassa), vivo a Voghera e… scrivo.
A leggere Magari disturbiamo sembra di trovarsi proprio “nel cuore del circo”, come i due ciclisti del tuo racconto. Sbaglio o hai una certa familiarità con la pista di segatura? E, se è così, com’è nata?
Non sbagli. La mia passione per il circo è nata grazie a mia madre e a mio padre. Ero molto piccolo quando mi hanno portato per la prima volta sul bordo della pista di segatura. Credo che non avessi nemmeno 2 anni. E, manco a dirlo, era il circo di Cesare Togni. Nei giorni successivi, a casa, continuavo a raccontare a tutti che “il domatore aveva messo la testa nella bocca del leone”. Lo raccontavo e non riuscivo nemmeno ancora a parlare. Ma è stato un innamoramento a prima vista. E da allora non ho più smesso. Anche oggi, quando vedo in qualche città d’Italia il manifesto di un circo, faccio di tutto per andarci. Anche da solo, se sono via per lavoro o in vacanza, non importa. E poi per me “circo” vuol dire famiglia, nel senso che sono indimenticabili i pomeriggi e le sere al circo con i miei… li costringevo anche a fare chilometri per accompagnarmi. Una volta siamo partiti per Milano, dove c’era il Medrano, ma la nebbia da queste parti era così fitta che papà non è riuscito ad arrivare fin là… Sono stato Amico del Circo per tre anni, dal 1987 al 1989, quando il presidente del Club mi sembra fosse Rivoltella. Il fatto è che mi sento amico del circo da una vita.

Cesare Togni (foto archivio Cedac Verona)

Il ritratto di Cesare Togni e del suo mitico circo è molto affettuoso, quasi familiare. L’hai conosciuto di persona e hai visto i suoi spettacoli? Che ricordi hai?
Visti, rivisti. Cesare è un’iniziazione per me. Ho assistito a grandi numeri sotto il suo tendone. Mi ricordo Pablo Noel, una troupe di trapezisti insuperabili, i cavalli. E mi ricordo, e ho sempre seguito, gli altri artisti della sua famiglia. Il circo Americano, il Florilegio di Darix… che sapore che avevano e hanno questi spettacoli.
Lui, Cesare, non l’ho mai conosciuto di persona. Altri grandi del nostro circo sì: da bimbo sono stato in braccio a Moira, a suo marito Walter Nones, a Nando Orfei. Ecco: non mi interessavano solo i numeri. Mi piaceva il contatto con questa gente, poter sgattaiolare dietro il sipario, osservare gli inservienti alle luci. Il circo è pieno di particolari in movimento, al di là dello show vero e proprio, che in altri spettacoli dal vivo non si percepiscono.

Il clown Romualdo Simili sui manifesti del circo Cesare Togni

Allo stesso modo anche Romualdo Simili spicca come una stella (“non ce n’è di più bravi”): hai conosciuto anche lui?
Sulla mia scrivania, che è un piano di compensato appoggiato su due cavalletti, in mezzo ai libri, c’è una foto di me e Romualdo (a dire il vero c’è anche altro qui attorno, tipo la locandina di una mostra di Botero, un girasole gigante, le miniature delle mucche della cow parade…). Dietro la foto, c’è scritto: “A Matteo mio grande amico”. Proprio così. Magari lo scriveva a tutti i bambini, anzi, sicuramente, ma tutti erano davvero suoi amici. E io non ho mai smesso di esserlo. Per me lui è Il Clown (senza nulla togliere a un sacco di altre famiglie bravissime). La sua maschera. I suoi movimenti. Anche quando non faceva niente, lo faceva bene. Cioè con eleganza. E tutto era leggero in pista. Non c’era peso, solo volume. Appunto, un po’ come nei quadri del “mio” Botero… E senti qua: anni fa sono diventato amico di due ragazze di Voghera la cui nonna, Carla, era… la sorella di Romualdo. Pensa che una sera una di loro, Chiara, è venuta a casa mia e mi ha detto: “Ma hai la foto di mio zio?”. E io: “Dove? Chi?”. E lei: “Il clown, Romualdo”. Roba da scriverci davvero qualcosa…
Nel tuo racconto c’è un doppio registro: quello della cronaca, con riferimenti a fatti, esperienze e personaggi reali, e quello della fantasia: perché questo doppio binario? E come ti è venuta l’idea del finale con disvelamento?
Quando scrivo un racconto, cioè una storia più o meno breve, cerco sempre di condurre il lettore verso un finale che sia anche una sorpresa. Non è una cosa facile; a volte il confine tra una banale trovata e un momento di stupore è molto sottile. Ma se la storia funziona, allora mi piace che ci sia un’agnizione prima dell’ultimo punto. Quanto alla cronaca e alla fantasia, è la prima volta che ho osato mischiarle così.
Avevi già partecipato ad altri concorsi simili a quello del Corriere oppure hai già pubblicato qualche lavoro? Quando hai deciso di partecipare a Io scrivo avevi già in mente la figura di Orfeo Pasotti oppure ti è uscita pian piano magari pescando nei ricordi del circo e del ciclismo?
In passato ho vinto altri Premi, ho scritto un monologo teatrale sulla storia dei primi 100 anni dell’Inter, ho pubblicato libri e libretti sulla mia terra (l’Oltrepò pavese, Pavia…). Ma il punto non è questo: ogni volta che si scrive, come ora che sto lavorando al romanzo, si ricomincia da capo. Si entra in una nuova vicenda, ti girano per casa nuovi personaggi. I concorsi servono, ma ogni esperienza fa a sé. Poi rimane lì, dentro di te, anche per anni e un bel giorno te la ricordi e cerchi d’imparare dal passato. Non è ispirazione, è roba da artigiani. E poi chi lo sa? Cosa diceva Bertolt Brecht? “Sto lavorando sodo per preparare il mio prossimo errore”. Per esempio, ho scritto Magari disturbiamo con l’idea di comporre un racconto sul circo (per la prima volta, e forse l’ultima). Cercavo però qualcuno che dovesse andare al circo per un motivo inaspettato, cioè che fosse in grado di portare il lettore lì dentro, e mi è venuto in mente Orfeo Pasotti. La sua storia vagolava nell’aria; io l’ho solo intercettata.
Come hai reagito quando hai saputo di essere stato scelto come vincitore del concorso?
Ho detto: lo sapevo che Romualdo mi avrebbe portato fortuna!
La freschezza della storia che narri fa pensare che il circo sappia ancora ricreare atmosfere e suggestioni capaci di parlare all’uomo di oggi. E’ così o ti sembra un mondo in via d’estinzione?
Il circo è sempre lì. Con il suo fascino, la sua attrattiva, ad aspettare bambini e famiglie. Ma la gente è cambiata, non va a teatro, non va al circo. Preferisce fare altro. I bambini che non hanno mai visto il circo, da grandi saranno però un po’ meno capaci di stupirsi, meno allenati alla meraviglia. Saranno degli adulti e basta. Senza la loro rosa e la loro volpe.
Cos’è il circo per te? C’è qualcosa che ti affascina in modo particolare?
È quell’odore inconfondibile. È attesa. È tanti colori. Cosa mi affascina? Te l’ho detto: lo sguardo dei bambini, a bocca aperta, che seguono i numeri senza respirare. Invece non è circo quando non c’è rispetto del pubblico e, soprattutto, degli animali.
Rispetto al circo del dopoguerra e fino agli anni 70, quando era lo spettacolo dal vivo per eccellenza, oggi la tv, il cinema e gli altri generi di intrattenimento sembrano avere la meglio sull’arte circense. Colpa del circo che ha perso qualcosa del suo fascino o colpa della omologazione e di un certo appiattimento nei gusti?
Sono generi diversi. Non si possono paragonare. La tv, soprattutto, è la cosa più facile. Ma qui entriamo in un discorso troppo lungo. Se si va sui gusti, poi… Va bene così. Fine. Ora vi lascio che mi è venuta voglia di prepararmi un caffè.
Claudio Monti

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