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Il Circo al cinema: paradiso perduto?

Ha fatto parlare in questi giorni l’uscita dell’atteso film Come acqua per gli elefanti, tratto dal quasi omonimo bestseller della scrittrice americana Sara Gruen. Mentre negli Usa il titolo ha ricevuto commenti moderatamente favorevoli, in Europa pare non avere convinto la critica più autorevole (vedi Maurizio Porro sul Corriere).
Di certo la sfida del regista Francis Lawrence e della 20th Century Fox non era facile. Il mondo del circo ha ispirato in passato alcuni grandi capolavori entrati di diritto, non già nella classifica dei best seller di una stagione, ma nella storia del cinema. I confronti sono inevitabili, il rischio è paragonabile a quello di un triplo salto mortale. Per lunghi tratti, infatti, il mondo della pista ha attirato i creatori come le mosche il miele, una sorta di paradiso in terra per sceneggiatori e registi.
Nel periodo dei pionieri della celluloide numerosi film erano dedicati al circo e all’illusionismo. Nei primordi di George Melies la mera ripresa integrale di numeri circensi garantiva successo. Ma anche negli anni seguenti, con registi e produttori più avvezzi al nuovo mezzo, il circo occupa uno spazio importante con moltissimi titoli notevoli, fra i quali i vari adattamenti di Pagliacci o Ridi Pagliaccio, il melodramma Varietè di Dupont o l’opera maledetta di Tod Browning Freaks (censurato in Italia ed in molti paesi sino agli anni ’70). Per arrivare ai nostri giorni, profumo di segatura si respira a margine di opere importanti come Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders) o Big Fish (Tim Burton) e da noi in Pinocchio (Benigni) o Io e Marylin (Pieraccioni) solo per citare titoli con ambizioni diverse.
Gli esempi sono davvero tantissimi, ma le opere rimaste più impresse nell’immaginario collettivo sono forse: Il Circo, Il più grande spettacolo del mondo, Trapezio e Il circo e la sua grande avventura (quest’ultimo con un certo distacco).
Il Circo del 1928 è uno dei capolavori assoluti di uno dei più grandi uomini di spettacolo del Novecento, Charlie Chaplin, che, candidato all’Oscar come miglior attore, venne escluso dalla competizione perché potesse ricevere addirittura un premio speciale “per la versatilità ed il genio nella recitazione, sceneggiatura, regia e produzione”. Alcune scene del film sono rimaste leggendarie, come il rapporto fra Charlot e il leone in gabbia, la passeggiata da funambolo con le scimmie a disturbare la visibilità e soprattutto la struggente malinconia del vagabondo che guarda sconsolato il cerchio di segatura, unica cosa rimasta alla partenza del circo. Il plot gira attorno ad una storia d’amore fra Charlot e la figlia del direttore, contesagli da un vigoroso equilibrista.
Il più grande spettacolo del mondo (1952) è di Cecil B. DeMille, prolifico regista di kolossal (Ben Hur, I dieci comandamenti, etc.), che proprio da questa pellicola ottenne la consacrazione con due Oscar (miglior film e miglior soggetto) e tre Golden Globe. Nel cast attori del calibro di Betty Hutton, Charlton Heston e James Stewart. Qui sono intrecciate varie storie (amore, cadute dal trapezio, problemi con la giustizia, etc.) che ruotano attorno alle tre piste di Ringling Bros. and Barnum and Bailey, il mastodontico complesso direttamente coinvolto nelle riprese del film e che trasse grande ritorno pubblicitario dal successo della pellicola. Memorabile la scena del deragliamento del treno con gli animali in fuga dai vagoni.
Qualche anno più tardi, nel 1956, è la volta di Trapezio di Carol Reed con Gina Lollobrigida, Tony Curtis e Burt Lancaster (Orso d’Oro a Berlino come miglior attore). Un triangolo amoroso fra trapezisti ambientato nel bellissimo Cirque d’Hiver di Parigi, struttura stabile fra le più affascinanti al mondo.
Nel 1964 tocca poi a Il circo e la sua grande avventura di Henry Hathaway, con il mitico John Wayne e le fascinose Claudia Cardinale e Rita Hayworth. Un ottimo successo decretato dal botteghino e dal Golden Globe per la migliore canzone originale.
Interessante osservare come in dodici anni, fra il 1952 di DeMille e il 1964 di Wayne, tre pellicole di grande esito vennero ambientate nel mondo del circo.
Facciamo solo cenno in questa parziale antologia ai due capolavori di Fellini La strada (1954), con Anthony Quinn e Giulietta Masina, perché dedicata soprattutto a saltimbanchi e I Clowns (1970), perché girato per la tv e non per il grande schermo. Ma anch’essi, in effetti, hanno influenzato non poco il circo successivo, affermando definitivamente Nino Rota come il compositore nostalgico per eccellenza della pista.
Per gli accaniti circofili, sempre attenti a segnalare discrepanze storiografiche o comunque realtà mal ricostruite, è curioso notare come in alcune delle opere citate le riprese vennero effettuate all’interno o di concerto con importanti complessi circensi delle varie epoche, utilizzando spesso grandi artisti come controfigure degli attori di Hollywood o veri direttori di circo come consulenti speciali. È anche interessante segnalare che il grande schermo ha coperto pressoché tutte le tipologie di circhi. Lo stabile, il circo itinerante su vagoni ferroviari (tipico degli Usa) e quello su carrozzoni tirati da cavalli (più europeo).
Dopo tutti questi illustri precedenti cosa riesce a dire di nuovo Come acqua per gli elefanti? Dal punto di vista prettamente circense le scene più riuscite sono quelle iniziali, del montaggio del tendone, della presentazione dell’universo Circo al nuovo arrivato, del mondo visto dal tetto del treno. E soprattutto quella, quasi dantesca, della passeggiata lungo i vagoni, a scoprire la composizione classista degli alloggi. Come Virgilio che accompagna il sommo poeta nella Divina Commedia, dai gironi infernali, ovvero le cuccette degli inservienti, attraverso gli scompartimenti delle ballerine, dei clown, degli artisti di primo piano, sino al paradiso del vagone del direttore. Per poi scoprire, forse, che le stelle si rivedono solo nel vagone inzaccherato dell’elefantessa Rosie. È da lei che si ritrova il paradiso perduto. La cui riconquista è legata, in quest’opera (e forse sta qui il carattere di singolarità e di interesse) principalmente a due aspetti. Il circo come uno dei luoghi ove può concretizzarsi il mito americano del Self Made Man, e un aspirante veterinario può trovare la propria strada. Ed il circo come luogo dove far incontrare in modo civile l’animale, che poi rappresenta il diverso, l’altro da sé, che si può decidere di odiare od amare, sfruttare od entrarci in relazione mutualmente proficua. Per questo hanno ragione la maggior parte delle critiche di questi giorni. L’interprete migliore di Come acqua per gli elefanti è la dolcissima elefantessa Rosie, che in alcuni frammenti porta una rosa, di sicuro profumata, ma con molte spine. Ecco, è quasi solo su di lei che questo film punta per riconquistare il paradiso perduto.
Alessandro Serena
Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di Strada
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano

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