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Gigi Cristoforetti: “Apripista, circo colto”

Gigi Cristoforetti

Gigi Cristoforetti, critico di danza e direttore del Festival Torinodanza, ci parla del circo contemporaneo, della sua lunga esperienza a Brescia, e ci racconta della sua nuova esperienza romana, il neonato festival Apripista, ospitato all’Auditorium Parco della Musica e prodotto dalla Fondazione Musica per Roma, di cui è visibilmente orgoglioso.
Gigi, sei stato per molti anni direttore artistico della manifestazione italiana più importante sul circo contemporaneo, la Festa Internazionale di Brescia. Questo festival raccoglie l’eredità di quello? O in cosa differiscono?
A Brescia il sindaco mi ha chiamato e mi ha chiesto di ideare una manifestazione importante e popolare, che non fosse elitaria, e non di portata solo locale. E il risultato è stata la Festa di Brescia. Brescia si prestava, in quanto città piccola, all’utilizzo degli spazi non consueti per ospitare gli spettacoli: chiostri, parchi, monumenti come il Castello e Santa Giulia. La domanda che mi ponevo era la seguente: “In che modo una manifestazione può inserirsi nel tessuto urbano?”. Qui a Roma invece mi chiedo: “Il circo contemporaneo può aggiungere qualcosa ad un contenitore di linguaggi colti?”. In questo caso la ricerca sul linguaggio contemporaneo – su come il corpo possa sviluppare il virtuosismo tipico circense (legato all’acrobatica o alla giocoleria) – può arrivare più lontano, grazie alla natura culturale del contesto. L’auditorium è uno spazio colto, un luogo sofisticato, l’unico in Italia di questa portata, per dimensioni e varietà di programmazione.
Anche Roma ha già visto un festival di circo contemporaneo, Metamorfosi, del regista Giorgio Barberio Corsetti.
Il festival di Corsetti si autodefiniva un festival di teatro-circo, ed era incentrato sulla sua figura di artista che ogni anno proponeva una produzione diversa della sua compagnia Fattore K. Io non sono un artista, sono un programmatore e mi rivolgo a tutto il circo contemporaneo. E trovo particolarmente interessante quella parte del circo contemporaneo che guarda alla danza.
Come ti è venuta l’idea di questo festival e come mai qui a Roma?
L’anno scorso, con uno chapiteau allestito davanti all’Auditorium, abbiamo fatto un esperimento (la più celebre scuola francese di Nouveau Cirque, il CNAC, ha presentato Urban Rabbits con la regia di Árpád Schilling, ndr) che ha avuto molto successo. Quando Carlo Fuortes (amministratore delegato di Fondazione Musica per Roma dal 2003, ndr) mi ha proposto di proseguire ho accettato con grande piacere. Dopo la chiusura della Festa di Brescia – una chiusura politica in quanto la manifestazione, di spicco, era diventata simbolo della giunta comunale e del sindaco uscente – ho coltivato l’idea di continuare un festival di quel genere: era un evento di successo, che ha interessato più di una città. Quest’anno si è concretizzata la possibilità qui a Roma, e stiamo sperimentando il modello scelto.

Pierre Rigal ad Apripista

In programma c’è un appuntamento a Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia e delle conferenze stampa della Festa di Brescia. Una costante delle tue manifestazioni è la collaborazione con i cugini d’Oltralpe, considerati i pionieri del Nouveau Cirque.
I francesi sanno tutelare molto bene ciò che è valido e di qualità in campo culturale e artistico. Hanno decine di scuole circensi, alcune di livello parauniversitario, hanno spazi dedicati specificatamente al circo, come fossero dei teatri stabili orientati a difendere questa disciplina. Il risultato è un panorama artistico che in Italia possiamo difficilmente immaginare, quanto al contemporaneo.
Dalla danza al circo. Come ci sei capitato?
Da critico di danza, ma soprattutto da spettatore, mi sono accorto di una nuova tendenza degli spettacoli di circo contemporaneo: affidare a dei coreografi la cosiddetta “messa in pista”. Il corpo dell’artista circense esegue cose straordinarie, può evocare mondi magici in una dimensione estrema (pensiamo alla forza, al rischio, alla paura, al volo). L’aspetto coreografico, e di conseguenza corale, fa sì che questo patrimonio tecnico sia al servizio del racconto.

Sébastien Armengol

Oramai ti occupi da molto tempo del circo contemporaneo, che cosa ti affascina?
La coesistenza delle diversità, la ricchezza espressiva. Il paradigma analitico con cui si valuta uno spettacolo di circo contemporaneo è ampio, e rispecchia l’intera gamma di emozioni e sentimenti che viviamo quotidianamente. Grazie a ciò sei portato a riflettere e a porti domande complesse. Non è un mero giudizio tecnico ed estetico, come nei grandi spettacoli basati più sul numero, ma un linguaggio che ci tocca, ci scuote, ci interroga e ci riguarda. Ecco, la contemporaneità è questo, parlare un linguaggio comprensibile, esprimere un messaggio che ci riguardi.
Il circo tradizionale parla un’altra lingua?
Il circo tradizionale ha una strada aperta se saprà essere contemporaneo alle estetiche e alle tematiche della sua epoca, pur nella salvaguardia dei modelli familiari; il Cirque du Soleil è un esempio di dove può arrivare il circo tradizionale, se accetta la sfida della contemporaneità: dall’attenzione alla coreografia e all’innovazione, al parlare il linguaggio di oggi, sempre mantenendo una struttura per numeri slegati tra loro.
Come si seleziona uno spettacolo per un festival?
Sempre e solo vedendoli. Viaggio tantissimo e spesso torno a rivedere per la seconda volta uno spettacolo già visto se non sono convinto. Non si sceglie solo pensando al proprio gusto, ma anche facendo attenzione a una serie di parametri: dallo spazio alla città, dal contesto al momento della stagione, fino naturalmente alla tipologia di pubblico.
Hai mai pensato a una regia?
No, non sarei capace. Adoro sposare il punto di vista del pubblico, il suo desiderio di essere sorpreso e di mettersi in gioco. Quando nel castello di Brescia il pubblico camminava al buio, in uno spazio suggestivo illuminato solo dalle torce dei volontari, esso viveva e faceva qualcosa che aveva poco a che fare con la funzione dello spettacolo, e molto di più con la dimensione dell’esperienza. Di là da questo, dall’immaginare i percorsi e gli spazi, se dovessi da regista determinare il punto di vista dell’artista e pensare al suo compito, no, non lo saprei e non lo vorrei fare.
Cito: «[…] Immagino che in certe invenzioni oniriche, quasi lunari, l’arte recuperi la propria funzione evocatrice: di un’altra dimensione del reale, per esempio. Sarebbe un compito specifico della politica, ma di questo bisogno primario sono oggi coscienti solo gli artisti.».
Cosa dovrebbe fare dunque la politica?
Hai spiato il sito di Torinodanza (sorride, ndr). La politica è schiacciata sull’oggi. Ha una responsabilità enorme nel determinare l’immaginario delle persone, ma oggi non riesce ad evocare una dimensione proiettiva del reale, una visione che permetta alla speranza di esistere. L’arte per sua natura finge mondi diversi, apre visioni. Forse per questo lo spettacolo dal vivo ha oggi ripreso a crescere, a essere importante. Ma l’arte non può sostituire la politica: si rivolge piuttosto alla società per offrire modelli, estetiche, valori.
Oggi trovo veramente importante la bellezza, per esempio, e la cerco negli spettacoli. Una pausa per riconfortarci nel nostro stare al mondo.
Alessandra Borella

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