
In questi giorni ci siamo lasciati tutti commuovere dalle folle che hanno invaso Roma per la canonizzazione di Karol Wojtyla, ognuno con i propri ricordi e le proprie esperienze dirette o indirette … Allora mi è presa la voglia di andare a rileggere qualcosa che “parlasse” dell’animo profondo di quest’uomo venuto dalla Polonia per entrare nel cuore di tanti uomini, e l’attenzione mi è caduta su questa lettera che, rivolta più generalmente al mondo degli artisti, sembra quasi che non ci riguardi, ma non è così. Allora ho provato a trovare e trascrivere qualche espressione che coinvolge il nostro lavoro di donne e uomini del circo.
Vorrei iniziare dalla fine della lettera, quando papa Wojtyla richiama il Concilio Vaticano II e l’appello che ha rivolto agli artisti: «Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione» (Messaggio agli artisti, 8 dicembre 1965).
D’altra parte il Papa parla di una “speciale vocazione dell’Artista” che lo rende particolarmente vicino all’opera di Dio creatore. La lettera, infatti, comincia proprio così: «Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani».
C’è una particolare sintonia e comunicazione tra Dio e l’artista: «L’Artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all’artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice». E questa potenza si manifesta prima di tutto nel proprio impegno: «l’artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che egli è e di come lo è». Poi in un servizio rivolto agli altri: «Chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica (…) avverte al tempo stesso l’obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo e di tutta l’umanità». Gli artisti infatti «rendono anche un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune».
Vorrei concludere questa mia particolare rilettura con una frase, ascoltiamola come rivolta anche a tanti clown che sanno guardare con attenzione alla fragilità dell’uomo e alla profondità dei suoi sentimenti; ascoltiamola come rivolta agli addestratori di animali che hanno scoperto il mistero dell’armonia di un rapporto; ascoltiamola come rivolta agli acrobati e giocolieri abituati a giocare con instabili equilibri ed alterità degli spazi: «Ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell’animo umano, là dove l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose».
Don Luciano Cantini


