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Il Merlin Award a Silvan, giocoliere della magia

E’ notizia per cui si sono scomodati persino i telegiornali. Aldo Savoldello, in arte Silvan, si è aggiudicato per la seconda volta il riconoscimento internazionale “Merlin Award”. Il premio viene attribuito ogni anno dalla Società Internazionale Illusionisti di New York, che vanta 37.000 iscritti, ed è considerato l’Oscar della Magia. Silvan è figura di prestigio – oltre che di giochi di prestigio, ma è battuta troppo facile, ahinoi – la cui storia è passata, talvolta, per il mondo del circo. Il mio primo ricordo risale agli inizi degli anni ’60, quando lo vidi al Festival dei Giocolieri di Bergamo organizzato da Pino Correnti non in veste di concorrente, ovvio, ma di ospite che recava una nota di indubbia originalità con i suoi giochi di prestidigitazione. Strappava un applauso irrefrenabile la disinvoltura con le carte, che faceva apparire e scomparire a suo piacimento quasi davvero si trattasse di cose incorporee.

L'Oscar della magia

“Semplicissimi giochi di manipolazione”, diceva con quel suo immutabile sorriso. Troppo buono. In realtà, per raggiungere quei risultati, imponeva alle sue mani una palestra giornaliera di diverse ore. Ma è ingiusto parlare di lui al passato. Non solo prende premi, ancora se li guadagna sul campo. L’ultima volta che l’ho visto è stato nell’agosto del 2008 a Solto Collina, nelle Valli Bergamasche. Cronaca tratta dall’Eco di Bergamo: “Garbato, accattivante, sornione ma anche scattante, disinvolto come un ballerino, attento come un felino che deve catturare la preda, Silvan ha catturato il pubblico sorprendendolo con una serie di numeri”. Anche al circo ho rivisto Silvan qualche anno fa: al Medrano, in una di quelle meravigliose domeniche romane in cui i circensi si dannano l’anima ben prima che lo spettacolo abbia inizio per trovar posto a tutta la gente che vuol entrare. Ma in quel caso era solo un illustre ospite seduto in un palco con un po’ di famiglia. Io, osservandolo, riflettevo fra me e me su quanto si avvicini la figura dell’illusionista a quella del classico artista di circo. La risposta è perfino banale: si avvicina molto, moltissimo. Certo non si può includere la cosiddetta “magia” fra le classiche discipline del circo, però non è casuale che molti circensi, in cerca di variazioni nel contesto di una attività che variazioni ne chiede di continuo, vi si siano accostati e tuttora vi si accostino. Dicevo del Festival dei Giocolieri di Bergamo: ebbene, in quella sede l’accostamento si rivelava tale da far sospettare quasi una parentela. “Festival dei nevrotici” l’avevo chiamato su Oggi, con un titolo che molto aveva divertito Massimo Alberini. Ma la realtà che vedevo era quella: senza un po’ di sana e ben controllata nevrosi, non fai bene nessuno dei due mestieri che trionfavano sul palcoscenico di Bergamo al massimo livello.
Lo spettacolo circense è armonizzazione di molte discipline talvolta assai diverse fra loro, ma accostare giocoleria e prestidigitazione è tutt’altro che un arbitrio. In entrambi i casi, è sfida all’ordine costituito fino alle estreme conseguenze. Le clave stanno su anzichè finire giù, il coniglio sta nel cilindro anche quando il cilindro è vuoto e il coniglio non c’è. Nell’ultimo mezzo secolo di circo, mi è capitato talvolta di assistere a spettacoli in cui talune esibizioni, o meglio talune presenze, suonavano come forzature, anche se giustificate da ragioni di richiamo pubblicitario. Ma una manipolazione come quella di Silvan, mani che con febbre nevrile impongono alle cose nell’aria un inedito modo di essere realtà, quelle ben vengano ogni giorno che il Buon Dio manda sulla pista circense.
Ruggero Leonardi

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