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Gli elefanti invadono Milano, ma sono di pietra

Pomeriggio di sole a Milano, in piazza San Babila. Un uomo e una donna siedono su una panchina di pietra e sembrano disinteressarsi al fatto che dietro le loro spalle sosta un cucciolo di elefante. Hanno però un’attenuante, perchè pure l’animale è di pietra. Eppoi, non è l’unico sulla piazza. Basta guardarsi intorno per vederne altri. E tanti ancora ne potrebbero vedere, quei due, se anzichè parlarsi dei fatti loro si fiondassero in altri luoghi di Milano, dalla Malpensa a Brera, da Piazza Castello ai Navigli. Che cosa sta succedendo nella città dove io vivo da sempre? Niente che non sia lodevole, almeno in questo caso. Qui ha luogo la “Elephant Parade” che già si è svolta in capitali europee come Londra, Amsterdam, Copenaghen. Gli elefanti di pietra sono in bella esposizione in attesa che giunga il 22 novembre prossimo, quando saranno venduti all’asta concorrendo così alla raccolta internazionale di fondi indetta dalla “Asian Elephant Foundation” in collaborazione con Telethon. Il senso dell’iniziativa, purtroppo, non ha nulla di giocoso. La specie dell’elefante indiano corre un serio pericolo di estinzione e urge correre ai ripari con iniziative come questa.
Storia che si spinge fino alla notte dei tempi, quella del rapporto uomo-elefante. Alcuni millenni fa, una popolazione indiana spinse una mandria di pachidermi nella Valle dell’Indo in modo che non potessero più uscirne e insegnò loro, con le buone ma soprattutto con le cattive, a essere utili all’uomo. L’arte si tramandò agli egiziani, ai greci, ai cartaginesi. La impararono anche i romani, a loro spese, dopo averle buscate dai cartaginesi guidati da Annibale. La impararono, a loro spese, anche gli uomini di circo. Già nel 1816, a Parigi, il circo di Franconi presentava due elefanti ammaestrati, Baba e Kiuny. Ma il boom degli elefanti sulla pista doveva esplodere nella seconda metà dell’Ottocento.
Phineas Taylor Barnum, con quel suo gusto così americano per tutto quello che è il più grande, il più sfarzoso, il più costoso, riuscì ad assicurarsi Jumbo, elefante passato alla storia di cui io pure ho scritto in diverse occasioni. Nell’anno 2011, però, l’argomento ripudia discorsi trionfalistici per farsi assolutamente serio. Lo era già, del resto, nel 1988, quando io mi occupavo del mensile Natura Oggi e avevo stabilito rapporti di amicizia con lo scienziato indiano Kailash Sankhala, famoso in quei tempi per essere stato l’artefice del “Progetto Tigre” contro l’estinzione del meraviglioso felino. Ricordo che già allora aveva definito la situazione dell’elefante indiano estremamente preoccupante. “Ormai nelle giungle indiane”, mi diceva, “si incontrano sempre più raramente i vecchi maschi solitari dalle lunghe zanne, e la maggior parte di quelli che si incontrano recano ferite da arma da fuoco. Si teme che in certe zone, particolarmente colpite da bracconaggio, fra qualche anno non ci saranno più maschi da riproduzione”.
Oggi dall’India è partito il segnale di S.O.S. anche per gli animali in cattività. Ho sentito di recente accenti di preoccupazione anche nelle parole di Flavio Togni, che dai suoi elefanti ha saputo trarre scintille d’arte come pochi circensi in Europa. La situazione è molto seria, anche se la mia cinquantennale militanza nel giornalismo naturalistico mi invita a diffidare della previsioni apocalittiche come degli ottimismi da quattro soldi. Certo è che quegli elefantini così accattivanti che in questi giorni i milanesi grandi e piccoli carezzano quasi fossero giocattoli, in realtà giocattoli non sono. Al contrario, sono un ammonimento a non giocare con il mondo se non si vuole che il mondo, prima o dopo, smetta di giocare con noi.
Ruggero Leonardi

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