Non si sa con certezza se Federico Fellini si allontanò davvero con un circo. Lui lo raccontò ma la madre lo smentì. Di certo per il regista riminese il circo fu tutto. Una passione radicale, quasi una ossessione, una lente con la quale guardare il mondo, non solo il cinema. La sua visione della vita era talmente intrisa di amore per il circo e per i clown in particolare, che gli venne naturale suddividere e rappresentare tutte le persone che lo circondavano, comprese le maggiori personalità della vita pubblica, in base alla dialettica tra clown bianco e augusto. Le due maschere immortali del clown: il bianco, il cui trucco ricorda Pierrot, che rappresenta la lucidità, l’eleganza, l’armonia. E l’augusto che incarna la comicità, la follia, la goffaggine. Per dirla con Fellini, il bianco costituisce la figura dominante, che ordina e vuole imporre le sue regole, rappresenta l’uomo borghese per la sua volontà di apparire meraviglioso, ricco e potente. L’augusto è colui che si ribella e diventa tutto il contrario rispetto alle regole e allo stile del clown bianco, presenta un po’ i caratteri del ʻclochardʼ, ha un’immagine sottoproletaria, da corte dei miracoli, è il più amato dal pubblico, soprattutto dai bambini, perché è più simile a loro.
Definite le categorie, ecco le conseguenze. Per Fellini Pier Paolo Pasolini è un bianco, del tipo aggraziato e saccente, Michelangelo Antonioni è invece l’augusto, però di quelli silenziosi, muti e tristi. Nell’ultimo film che regala al pubblico, La voce della luna, Roberto Benigni e Paolo Villaggio non sono altro che l’ennesima reincarnazione del bianco e dell’augusto. Uno buffone, l’atro presuntuoso e saccente, severo fino ad essere ridicolo. Ma insieme assicurano un quadretto perfetto.
Fellini si sbizzarrisce ad applicare la sua filosofia, a sezionare bianco e augusto ovunque si materializzi un uomo, meglio se famoso: “Gadda è un augusto inesauribile, un gigante entusiasmante, un pazzo favoloso, un grande acrobata che ti cucina a dovere con le sue pagine da applauso”. Splendido ritratto. E poi Moravia: “E’ un augusto che voleva essere un clown bianco. Meglio: è un Monsieur Loyal, il direttore del circo, che cerca di conciliare le due tendenze sopra un terreno obiettivo, imparziale. Picasso? Un trionfale augusto, spavaldo, senza complessi, sa fare tutto: alla fine è lui che la vince col clown bianco. Einstein: un augusto sognante, incantato, non parla mai, ma all’ultimo momento candidamente tira fuori dalla saccoccia la risoluzione dell’inghippo proposto dal furbo clown bianco. Visconti un clown bianco di grande autorità. Hitler: un clown bianco. Mussolini: un augusto”. Chiama in causa anche due papi: Pacelli per Fellini è un clown bianco, mentre Roncalli lo si può “intus legere” solo considerandolo un augusto. Freud è un bianco, Jung un augusto.

“Fin da piccolo, il giovane Federico ama tutto quello che può portarlo lontano dalla realtà, in mondi fantastici, dove personaggi ed eventi straordinari sono prevalenti rispetto alla normalità della vita quotidiana. Per questo legge e riproduce avidamente numerosi fumetti, come Little Nemo e Happy Hooligan, per citarne solo un paio, da cui apprende anche l’arte della caricatura, che utilizzerà come strumento per la costruzione di molti personaggi grotteschi dei suoi film.


Fellini non si limita a tratteggiare bianco e augusto nei personaggi che contano. “Tende anche a circondarsi di persone dalle chiare caratteristiche clownesche, anche se, delle volte, queste sono del tutto involontarie”. Due su tutti: “Il compositore della maggior parte delle colonne sonore dei film di Fellini, Nino Rota, che possiede un modo di fare innocente, aggraziato, lieto, salvo poi sorprendere il regista con improvvise battute da clown inconsapevole, ignaro del mondo che lo circonda.

In ogni suo film, sin dal primo realizzato a quattro mani con Alberto Lattuada nel 1950, Luci del varietà, fino all’ultimo del 1990 La voce della luna, si possono riscontrare una o più citazioni sul circo o sullo spettacolo di varietà. “Le atmosfere del circo influenzano, quindi, l’intera opera cinematografica felliniana”. E non potrebbe che essere così perché il cinema, dirà, è “un trabiccolo con qualcuno dietro che riprende un clown che gli si muove davanti!”. Quando traccia un bilancio della sua carriera, in una delle tante interviste, dice di non avere molti rimpianti, ma uno sì: avrebbe voluto nascere vent’anni prima ed essere stato uno dei pionieri del cinema, il quale s’ispira molto allo spettacolo circense. Il suo idolo, infatti, è Charlie Chaplin.
“Debbo fare una confessione imbarazzante”, amava dire Fellini: “Io sul circo non so niente; mi sento l’ultimo al mondo a poterne parlare con conoscenza di storia, di fatti, di notizie. E, d’altra parte, perché no? Anche se non so niente, io so tutto del circo, dei suoi ripostigli, delle luci, degli odori e anche degli aspetti della sua vita più segreta. Lo so, l’ho sempre saputo. Fin dalla prima volta si è manifestata subito una totale adesione a quel frastuono, a quelle musiche assordanti, a quelle apparizioni inquietanti, a quelle minacce di morte”.
Bianco e augusto fino alla fine.

Claudio Monti

