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Emilio Cecchi

Eccettuate l’ore dell’allenamento o dello spettacolo, tutto il resto del tempo ch’essi passavano coi piedi sulla terra come i comuni mortali, i due trapezisti erano, e si sentivano, sorvegliatissimi, sordamente avviluppati in una rete pieghevole, tenace, esasperante, di sguardi, accenni, sospetti.

Emilio Cecchi

Finché, imbracciate le funi, s’arrampicavano lassù, a trenta metri, ai loro anelli e ai loro trapezi. Entravano e si chiudevano nella propria sfera tecnica. Si sarebbe detto ch’erano liberi e felici soltanto in quegli slanci e voli raccapriccianti, dove l’errore d’un capello poteva esser fatale. Si sarebbe detto che cominciavano a vivere solo in braccio alla morte.
Alle altre ore: nei tristi ambulacri d’arene d’ogni parte del mondo, in ferrovia, negli alberghi fastosi, negli alloggi di fortuna, erano principalmente sorvegliati da un paio di persone con speciale, indiscutibile diritto a sorvegliarli.
Ma anche tutti gli altri del circo non li perdevano mai di vista, e di loro facevano un inesauribile argomento.
Nessun dubbio che, come trapezisti, dal direttore all’ultima maschera, se li portavano in palma di mano; fosse pure con quel sommesso, inconscio rancore che la gente senza destino ha per la gente che eccelle. In una discussione sul merito, in un puntiglio critico, tutti nel circo si sarebbero fatti ammazzare per i due trapezisti. Ma la questione era un’altra.
In gran parte, il circo si reggeva sui due trapezisti. Senza di loro, sarebbe sempre stato un buon circo, ma come ce ne sono tanti. Un circo rispettabile, dove un certo numero di professionisti, per il momento abbastanza sicuri del proprio pane, cercavano di compensare, a forza d’ingegnosi perfezionamenti, di piccoli ritocchi e trovate incidentali, quanto ogni giorno perdevano di freschezza e novità.
C’era disciplina; tutti facevano il proprio dovere. Come se poi, col pubblico, basti fare il proprio dovere. È un nonnulla, un impercettibile di più, quello che conta. Per questo di più, taluni danno la vita. Nel circo, questo di più, nessuno poteva darlo; se non i due trapezisti. Gli altri rappresentavano l’applicazione, il talento. I due trapezisti erano il genio.
Ma se il genio, per sue particolari ragioni, un giorno avesse drizzato l’ala verso altre plaghe, altre sorti? Al circo non restava che scancellare dai propri itinerari tutte le metropoli e le città di rango e cassetta; ed inaugurare una carriera di più in più provinciale. I due trapezisti erano patrimonio morale e tradizionale del circo. N’erano la rendita più solida. Il gran faro. E il circo vegliava, con l’istinto di difesa delle comunità minacciate.
Sui cartelloni, i due trapezisti erano presentati come «Coppia X». Non fosse stato un po’ di curva, che il litografo si credeva in obbligo d’accentuare sul petto d’una delle due figure, esse sarebbero parse asessuali e quasi identiche.
Lei, è vero, di statura appena minore; tutti e due affusolati nella guaina di maglia bianca. Sembravano, in quei cartelli, due contorni anatomici, sui quali non mancasse che tratteggiare, a lapis rosso e turchino, il cuore, i polmoni e il corso delle arterie e dei nervi. Circonfondeva tali figure una specie di pulviscolo elettrico, di scintillamento azzurrastro, e rozzamente faceva pensare al funebre ozono che scoppietta intorno alle punte dei parafulmini.
I bambini s’immaginavano che i due trapezisti fossero fratello e sorella. Le ragazze li credevano fidanzati. La gente matura pensava una quantità d’altre cose. «Coppia X» aveva questo vantaggio, che si adattava a vari gusti, a diverse interpretazioni.
Ma presso alla bussola di velluto rosso che conduce alle scuderie: in frac da maneggio, gardenia all’occhiello, il marito della trapezista aspettava che ella avesse finito il suo numero, che concludeva la serata. E la bionda cassiera del circo, addizionati gli incassi e chiuso il botteghino, anche lei era in attesa che la propria metà le riscendesse dal cielo, e sbirciava lassù con l’occhialetto.
Probabilmente i due trapezisti si volevano bene; benché di concreto non si potesse dir nulla. Tutti però lo pensavano. Tutti l’avrebbero giurato. E d’altra parte non era ammissibile che facessero insieme quel che facevano: che mattina e sera, uno per mano all’altro, uno in bocca all’altro, si porgessero in quel modo alla morte, senza avere fra loro una specie di sacramento, senza essersi perdonati con un gran perdono. Ma nell’ipotesi che si volessero bene, una cosa era certa: che cotesto bene non lo godevano che come quando erano sotto gli occhi di tutti.
Erano belle anche le loro mattine, quando per l’allenamento si ritrovavano nel circo deserto. C’era odore di fieno e di segatura bagnata; e un raggio di sole traversava pallidamente gli altissimi lucernari. Ogni tanto nel silenzio si sentiva dalle scuderie lo zoccolo d’un cavallo, e i palafrenieri che dicevano: poggia, poggia; e battevano in terra la striglia.
I due trapezisti non si parlavano quasi mai. Quando erano dalla parte di qua, avevano ritegno a parlarsi, a sorridere, per via di tutti quegli orecchi, quegli sguardi. Ed entrati là, nel loro mondo, non avevano più bisogno di parole. Se mai, per chiedersi la colofonia.
La notte, tuttavia, era un’altra cosa, infinitamente più bella. Una sorta di tripudio, nel quale si tuffavano di schianto, come aggressori. Altro che sorveglianza. Altro che occhialetto. E quello in frac che morsicava il bocchino. Ma che cosa vuoi sorvegliare? Il teatro era illuminato a giorno; e perfino erano presenti le autorità: carabinieri di servizio, ufficiali nelle baracche, e funzionari nel palchetto della prefettura.
Tre o quattromila spettatori li tenevano nel fuoco dei binocoli. E intorno alla cupola del circo, simile a una gran lente, bianchi bianchi, da soli, essi guizzavano nitidissimi e incredibili; come pesci che dietro a un cristallo d’acquario sembrano nuotare miglia di miglia lontano, nell’altro versante della vita. Due trapezisti: due creature che cominciano a esistere dove gli altri comincerebbero a morire.
A volte si sarebbe proprio detto che lassù dovesse succeder qualcosa, non saprei, fuori numero, fuori programma. Mentre la gente tratteneva il respiro, e le signore più sensibili cercavano la mano di chi le accompagnava, pareva che lassù dovesse finire in un duello, in un bacio, in una apoteosi o in una fuga al volo dall’ultimo finestrone spalancato sulle stelle: una fuga che nell’aria attonita lascerebbe un impalpabile pulviscolo luminoso.
Ma gli urti e gli scocchi più furibondi si discioglievano in elengantissime cadenze e arricciolature di membra, in svolazzi giapponesi, botticelliani. Il pubblico acclamava, vociferava, stremato. E quelli a riattaccare, insaziabili.
Dagli opposti poli del circo si attiravano come saette. O fingevano di cercarsi ed eludersi con lente ondulazioni come d’aghi calamitati. Pareva non volessero lasciarsi staccare di lassù. Che difendessero un possesso. Come i falchi che non si decidono mai a calare.
Questo profluvio di bis, il direttore non l’aveva mai approvato, e ne faceva rimostranze. Spreco d’energia. Inutile sfida al pericolo. E al pubblico si concedeva troppo. Gli si toglieva curiosità di tornare. Ancora peggio: si passava quel punto oltre il quale il diletto diventa martirio. Pigiandosi al guardaroba, la gente scambiava impressioni.
Che numero, per Cristo. E lui, come lavora. Ma lei dove la metti. Senza neanche la rete di sicurezza. Ditemi che cosa gli farebbe la rete. Roba da pazzi. Dovrebbero proibire.
Sfollavano lentamente verso i tranvai e le automobili, canticchiando quel cristallino, mortuario motivo di flauti e violini, un motivo uguale uguale, riversibile, come uno sgusciare di anelli uno dentro l’altro, e che anche a ripeterselo così fra sé metteva un brivido nel filo delle reni.
In una direzione e in un’altra i trapezisti tornavano a casa. Si pensava al cavallo da corsa che lo staffiere riaccompagna in scuderia, con una coperta buttata sulla groppa; e il cavallo è ancora un po’ ansante, e par che senta un suolo incerto e che traballa sotto il piede nervoso.

Emilio Cecchi, Due trapezisti, 1935

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