Il Circo del Papa
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Il circo dall’altra parte del mondo

Mary Ellen Mark


Mary Ellen Mark (Philadelphia 1940) è oggi una quotata fotografa statunitense, con alle spalle ottime referenze in merito ai premi ricevuti e alla fama delle testate che hanno visto sue fotografie pubblicate circa le più svariate tematiche: ha affrontato soprattutto il reportage sociale grazie alla sua formazione giornalistica, e ha dato grande estro in ambito cinematografico fotografando su set molto famosi (per esempio, come inviata di Life, è stata sul set del Satyricon di Fellini). L’impronta inequivocabile del reportage segna tutto il suo lavoro, in tecnica, etica ed estetica.
Ma oltre che al cinema la Mark si è dedicata a un altro spettacolo, il più grande spettacolo del mondo…Non quello tradizionale americano, bensì qualcosa di più genuino e famigliare, qualcosa di archetipico. Lei stessa definisce il circo “la forma teatrale in assoluto più universale”. E’ una circofila doc, ma il meglio lo ha saputo dare girando per un anno con la gente del circo di India (1991) e Messico (1997).

India
Jumbo Circus, Great Famous Circus, Great Royal Circus, Great Golden Circus.
Sono i nomi dei quattro circhi che hanno visto la fotografa aggirarsi in cerca di un contatto, umano e visuale.
Con le sue foto racconta un vissuto completamente diverso da quello di sua provenienza: il circo statunitense, immenso e grandioso, fatto di numeri ad alto impatto, di star, di show business e popolarità, di stranezze della natura relegate a lato dell’ambito centro.
Il circo indiano gioca sull’opposto: le star spesso vengono dal popolo, sono bambini o bambine che vengono mandate dalla famiglia con la speranza di una vita migliore; è un circo dove sono rispettate le tradizioni, anche quelle religiose, un circo dove le stranezze hanno un ruolo parimenti importante rispetto al resto dello spettacolo. E così si vedono clown nani insieme a scimpanzé assolutamente somiglianti a questi ultimi grazie a costumi fatti apposta per ingannare. Non è una parodia dell’animale, questo no: nel circo indiano (con una concezione proveniente dalla religione induista) gli animali hanno più valore degli uomini, un valore determinato in rupie e che si traduce anche in un trattamento di tutto rispetto, basti pensare che gli animali “in pensione”, ormai anziani, vengono trattati come re e regine.
C’è tutto questo e molto di più nelle foto del “capitolo indiano” della Mark, che acquistano ancora più magia grazie alle testimonianze dirette della fotografa: a proposito del rapporto animale-uomo, la Mark dice: “Ciò che ha reso la fotografia speciale è stata l’espressione dell’occhio dell’elefante. Niente di più e niente di meno”.
Racconta la storia di tante bambine mandate al circo e divenute provette contorsioniste.
“Il circo indiano viene dal cuore”, dice M. E. Mark. Ma la paura che nasconde è la sua destinazione, minacciata dall’impoverimento costante e dall’insorgere di sempre nuove difficoltà che il circo dell’India si trova ad affrontare.

Messico
L’esperienza nel circo messicano, raccolta nel volume El Circo (1998), mostra quanto in questo paese siano forti le influenze provenienti dagli USA, soprattutto in talune scelte iconografiche e di costume. E’ un particolare che colpisce la fotografa e che prontamente ci restituisce. Un esempio è il clown Pipo, abbigliato alla stessa maniera di un poliziotto americano. Altri particolari ai quali conferisce valore sono la tradizione acrobatica popolare in Messico, o la centralità che gli animali hanno. Diverse le fotografie in proposito, come l’immagine di Guillermo e l’elefante Guapa (immagine scattata al circo Vazquez).

Nel suo modus operandi non c’è la caccia, ma l’attesa (dote tipicamente femminile) che qualcosa capiti. E l’accettazione di sé in un ambiente estraneo non passa verso un “addomesticamento” graduale, ma per una chiara dichiarazione d’intenti: “i soggetti si fideranno di te solo se tu sai esattamente quello che stai facendo. Infatti non sopporto quei fotografi che si approcciano a qualcuno inizialmente senza macchina fotografica”. Bisogna farsi accettare subito per come si è, prendere o lasciare.
E poi la scelta della composizione: la base della fotografia è la diagonale, rincorsa, composta e ricercata da tutti i fotografi. M. E. Mark compone le sue diagonali ancora più sapientemente perché non opta per il classico formato rettangolare della pellicola 35 mm, ma per la storica Hasselblad che regala un meraviglioso formato quadrato.
Il momento colto nella sua completezza, un’estetica della fugacità che solo l’abitudine al reportage insegna a cogliere e che lei stessa oggi insegna ad altri fotografi grazie ai workshop che tiene in giro per il mondo.
Stefania Ciocca

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