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I due italiani che danno il ritmo al Festival di Montecarlo

di Ahara Bischoff

Darix Huesca ed Enrico Caroli (tutte le foto sono di Andrea Giachi)

Un festival di circo è come un orologio, si guardano le ore senza pensare che sotto al vetro c’è una macchina complessa con meccanismi piccoli e grandi che devono combaciare alla perfezione. Da quasi tre lustri gli “orologiai” del Festival di Monte Carlo sono due italiani, Darix Huesca ed Enrico Nenè Caroli, con il compito di far funzionare con puntualità il pendolo più famoso del settore.
Come siete arrivati a fare i direttori di pista nel più importante festival del mondo?
Siamo arrivati qui quando si occupava della direzione tecnica Franco Knie, con il quale avevamo già lavorato in passato in altri contesti, poi siamo rimasti anche quando lui ha cessato la sua collaborazione. In ogni caso non esiste una scuola per direttori di pista. È un mestiere che devi imparare in famiglia, o nei circhi dove lavori. Di certo qui a Monte Carlo sono interessati a gente esperta di ogni settore, che abbia già lavorato in pista, nel backstage, come artista, come tecnico. Che sappia comprendere le esigenze di tutti. Che sia disponibile ad ascoltare tutti, anche coloro che vengono da paesi e tradizioni lontane. Ci vuole non solo un sapere tecnico, ma un’esperienza più vasta per montare uno spettacolo.

La principessa Stephanie abbraccia Darix Huesca

Cosa avete fatto prima di diventare direttori di pista?
Abbiamo fatto gli artisti. Gli Huesca sono stati fra gli ultimi italiani a presentare il numero dell’acrobatica, oltre a i trapezisti e i clown, sia in circhi di famiglia che di primaria importanza. I Caroli sono famosi per l’acrobazia a cavallo (lo zio di Enrico, suo omonimo, è stato uno dei più grandi di tutti i tempi) e per l’entrata comica. Enrico ha vinto il Bronzo qui a Monaco con il clown portoghese Angelo Munoz nel 2002. Inoltre Enrico era già stato direttore di pista al Festival du Demain di Parigi, quando si realizzava al Cirque d’Hiver.
Avendo fatto queste esperienze aiuta molto, perché puoi capire per tempo ciò di cui gli artisti hanno bisogno. Riguardo agli aspetti meramente tecnici variano molto da disciplina in disciplina e in questo Darix è più esperto. Così ci dividiamo i lavori, lui cura più gli aspetti tecnici ed io le relazioni con gli artisti. Gli aspetti tecnici sono importanti soprattutto quando implicano anche la sicurezza di artisti e spettatori. In alcuni casi bisogna prendere decisioni drastiche come cambiare parte dell’attrezzatura esistente o modificare radicalmente l’impianto tecnico previsto dagli artisti.

Enrico e Darix (foto Ahara Bischoff)

In che cosa consiste esattamente il vostro lavoro?
Dobbiamo mettere gli artisti in grado di presentare al meglio il loro lavoro coordinando montaggio degli attrezzi, sincronia con la musica (live o riprodotta), estetica e disturbo delle luci, etc. Inoltre nello spettacolo per noi è importante ciò che succede tra i numeri, e questo è molto difficile da realizzare a Monte Carlo. Di solito quando hai uno spettacolo in una tournee di nove mesi, i passaggi tra i singoli numeri li puoi provare, invece qui ci sono talmente tanti numeri che puoi provare solo questi, uno dopo l’altro, non la transizione. Ma alla fine è proprio questo che tiene lo spettacolo in una lunghezza sopportabile e così il nostro lavoro consiste anche nel cercare di evitare i tempi morti.
Come procede l’allestimento del festival?
Il lavoro inizia prima delle prove, con l’arrivo degli artisti ed il montaggio degli attrezzi più ingombranti, di solito quelli dei numeri aerei, poi quelli degli animali o delle grosse troupe. È molto importante che tutto sia coordinato alla perfezione con l’ottimo team diretto da Urs Pilz. L’arrivo di un numero in ritardo può provocare degli effetti a catena su tutte le prove e compromettere l’esito della manifestazione. Proviamo numero per numero, poi accenniamo una run through, una prova filata, in ordine di scaletta, infine le prove delle parate di inizio e di fine. Tutto ciò tenendo in conto anche le esigenze delle riprese televisive, che includono le luci, i tempi, etc. Tutto sommato i primi due spettacoli, quelli di giovedì e venerdì, sono il momento in cui veramente capiamo i problemi di transizione e le magagne tecniche. Per questo gli spettacoli di sabato e domenica di solito sono migliori.
Bisogna tenere in conto che il cast è composto da artisti di ogni tipo e di ogni provenienza. Ci sono circensi da molte generazioni o ginnasti che provengono dallo sport e hanno solo qualche piccola esperienza in pista. Oppure giovani che provengono da scuole di circo d’avanguardia con un’impostazione davvero differente da quella classica. Inoltre gente che proviene da ogni angolo più sperduto del mondo con la quale è persino difficile comunicare. Davvero una torre di babele, tenuta insieme però dalla grande voglia di fare tutto al meglio.

Enrico Caroli durante le prove al Festival di Montecarlo

Quand’è il momento più delicato?
È molto strana la sensazione che ci prende pochi minuti prima dello spettacolo. Devi avere la situazione completamente sotto controllo. Ogni cosa deve essere al suo posto. Ogni persona istruita su cosa fare minuto per minuto. Viviamo con l’ansia di non aver visto qualcosa, ci inventiamo problemi che non ci sono per poterli prevedere. Cerchiamo di controllare e ripassare tutto. Poi lo spettacolo inizia ed è un vortice sino alla parata finale.
Siete italiani, ma lavorate soprattutto all’estero e al festival incontrate gente d’ogni dove. Com’è visto da fuori il circo italiano?
Il circo italiano da fuori ha sempre avuto un grande nome. Già negli anni ‘70 la gente del mestiere diceva: “I più bei circhi sono in Italia!”. Adesso ovviamente con la crisi, gli incassi vanno a fatica ovunque. Ma il prestigio degli italiani è sempre rimasto collegato ai più alti livelli, sia per gli artisti che per i direttori. Il circo italiano sarà sempre visto come uno dei primi. Certo a volte c’è un po’ uno spostamento di attenzione dalla parte artistica a quella tecnica. Ovvero si fa più attenzione alle tensostrutture e al parco mezzi piuttosto che a ciò che accade in pista. Ma gli spettatori vengono per lo spettacolo non per i camion o i trattori. Non è una concessionaria di mezzi o una mostra di agricoltura. Certo, il circo deve essere bello, invitante, curato, ma soprattutto deve essere all’altezza lo spettacolo, perché in fin dei conti colui che paga è quello che viene a vedere.
C’è anche una considerazione curiosa da fare. Fateci caso, i nomi italiani sono moltissimo usati anche all’estero. Roncalli, Merano, Salto Natale, Conelli e tanti altri. Lo stesso Cirque du Soleil, molto attento al marketing, usa spesso nomi italiani: Alegria, Saltimbanco, Corteo. Il nome italiano da prestigio e fa circo. Basta la parola.
Gli artisti sono emozionati. Ma anche voi?
Noi viviamo due tipologie diverse di emozioni. Una professionale, dato che potrebbe sempre capitare qualcosa, in qualsiasi momento. Quando gli artisti fanno numeri pericolosi, tipo i volanti, il filo o la ruota della morte. O numeri con animali pericolosi. L’altra umana, che viene più dal rapporto con persone che conosci già o che vedi per la prima volta. Vengono qui a Monte Carlo e percepisci che per loro è l’esperienza più importante di tutta la vita, quella per cui hanno fatto enormi sacrifici per anni. Vedi magari i loro genitori, le loro persone care, che li seguono passo dopo passo con amore ed apprensione. Non puoi fare a meno di provare empatia per loro e di provare un po’ le loro stesse sensazioni positive in caso di vittoria o negative nel caso in cui siano rimasti delusi. Ti senti quasi come se fossi uno di loro. Non importa se sono di famiglia circense o no, è la stessa per tutti. È vera, la risenti uguale e ti vengono le lacrime agli occhi, la pelle d’oca. Questo dipende forse dal tipo di relazione che intrattieni con loro. Magari alcuni artisti, che hanno anche un successo enorme, non trasmettano nessuna emozione, perché loro stessi rimangono freddi, sono quasi antipatici. Poi magari il giorno del debutto in disparte, dietro le quinte, li vedi piangere. Che emozione! E il giorno dopo diventi quasi amico. Questo fa anche la magia del circo, ed è questo che molta gente in giro non sa. Le nostre giornate sono piene di queste emozioni, tutto il tempo e durante lo spettacolo continua, è sempre così e te le porti nel cuore per sempre.

Le sorelle Azzario con la principessa Stephanie e Pauline (foto Reuters-Eric Gaillard pubblicata da Paris Match)

Ci sono alcuni casi di emozioni forti che ricordate?
In quindici anni sono state moltissime. Dovendo citarne alcune direi tre. Anna Anna, della Troupe Rodion, la ragazza che ha deciso di tentare il quadruplo salto mortale alla barra russa nel 2005. Un exploit eccezionale anche perché nessuno la sosteneva o aiutava all’arrivo. Erano solo i due porteur, la barra (ben solida) e lei. C’era odore di Clown d’Oro ma per averlo avrebbe dovuto riuscire nell’esercizio più difficile. Al primo tentativo ha sbagliato, ed è anche arrivata male, ha preso una brutta botta e perdeva un po’ di sangue. Il secondo tentativo anche andò a vuoto. Il terzo niente. Darix la guarda facendole cenno che basta, non si può provare all’infinito. Ma lei lo guarda negli occhi e bisbiglia: “L’ultima volta”. Lì abbiamo capito che ce l’avrebbe fatta. Avuto l’assenso è tornata sulla barra e ha girato un quadruplo perfetto. Giuria e pubblico tutti in piedi e noi stessi ad esultare.
L’anno scorso c’erano le sorelle Azzario, con un bellissimo numero che solo al termine prevedeva l’uso della longia (cavo di sicurezza) per la sua pericolosità: una ragazza in equilibrio sulla testa dell’altra che doveva arrampicarsi su di una scala e scendere dal lato opposto. Durante le prove le ragazze erano quasi quasi tentate di realizzarlo senza sicurezza, ma avevano poi deciso di non rischiare la vita. In pista c’era anche Eugenio Larible, loro istruttore all’Accademia del Circo di Verona, per darle sicurezza. Bene, al momento dello spettacolo, davanti alla giuria, ci rendiamo conto che la longia non funziona. Le ragazze si guardano e decidono di provarci lo stesso. I nostri cuori battono a mille in sincrono con i loro, l’esercizio riesce, un trionfo.
Una cosa simile era successa con i Casartelli qualche anno prima. Eros aveva assolutamente imposto l’uso della longia, ma durante l’ultimo spettacolo di fronte ai giurati Braian e Ingrid la rifiutano in diretta. Lei in equilibrio sulla punta di un piede sulla fronte di lui, un esercizio che contrappone il rischio alla leggerezza ed eleganza della performance, da brividi!
Sudore e lacrime difficili da raccontare! Ma rappresentano l’essenza stessa del circo.

L’intervista è pubblicata sulla rivista Circo aprile 2013.

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