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Animali nei circhi: il documento del CAdeC alla 7 Commissione

Pubblichiamo l’eccellente contributo che il Club Amici del Circo ha fatto pervenire alla 7 Commissione del Senato sul tema della dismissione degli animali nei circhi.

Contributo del “CLUB AMICI DEL CIRCO” in merito all’affare “Dismissione dell’utilizzo degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti, con riferimento ai criteri di riparto del F.U.S.” – Atto n. 348
VII Commissione Permanente (Istruzione).
Presidente: Mario Pittoni.

Emanuele Farina

Preg.mo Senatore Presidente,
Preg.mi Senatori tutti,
la ragione principale che ha spinto l’Associazione che mi onoro di presiedere a chiedere l’audizione avanti codesta Spettabile Commissione è, credo, facilmente intuibile e verosimilmente comune anche ad altri enti, organismi e soggetti che ci hanno preceduto e che ci seguiranno in questa sede.
La necessità di far sentire la voce dell’Associazione che presiedo è nata sin dalla presentazione del DdL 2287-bis nel 2016 che, nella sua formulazione originaria, riservava all’attività circense in Italia un approccio esclusivamente in negativo, volto a limitare anziché a stimolare: infatti, l’originario Titolo III, all’art. 36, comma 4 lett. h) si limitava a prevedere la “revisione delle disposizioni in tema di attività circensi, specificatamente finalizzate alla graduale eliminazione dell’utilizzo degli animali nello svolgimento delle stesse”. Nella versione finale inserita nel c.d. “Codice dello Spettacolo”, poi, l’ “eliminazione” è divenuta molto opportunamente un mero “superamento”.
Null’altro che questo è stato riservato all’arte circense nelle intenzioni del legislatore.

Ci pare di non andare troppo lontani dalla realtà effettuale se osserviamo che una simile prospettazione sia figlia, volendo essere generosi, di una sostanziale disattenzione verso il peso specifico, le potenzialità ed i bisogni del settore.
D’altro canto, la pretesa di occuparsi delle arti circensi nel nostro paese partendo da un intento volto a vietarne una delle espressioni peculiari sembra essere viziata sotto il profilo logico, giuridico ed etico. Il Circo – nella sua accezione più ampia – merita un esame complessivo di ben altro spessore, una valutazione organica del valore estetico e sociale di cui è portatore e, quindi, necessita di un progetto normativo che potenzi effettivamente l’attuale legislazione del settore senza incrostazioni di natura ideologica. Anche le discipline circensi – tutte, nessuna esclusa – rappresentano un campo sul quale va misurata la libertà di espressione e la capacità delle nostre Istituzioni di tutelarla.
Siamo certi che le organizzazioni di categoria avranno già posto e porranno l’accento sulle esigenze del Circo italiano che possono essere efficacemente riassunte, come accennato, nel diritto di quest’espressione artistica alla (doverosa) attenzione da parte delle Istituzioni centrali e locali, nel rispetto quantomeno delle norme vigenti del settore e dei valori sociali e culturali di cui quest’espressione è portatrice.

Veniamo, però, alla questione che pare stare a cuore in via pressochè esclusiva all’odierno legislatore, ovvero quella della presenza degli animali negli spettacoli circensi. Si badi che, come accennato, il nostro argomentare è una scelta obbligata in questa sede proprio alla luce della sottesa impostazione abolizionista. Avremmo certamente preferito spaziare senza limiti di sorta sulla situazione generale dell’attività circense in Italia, sui bisogni e sullo sviluppo delle potenzialità di quest’attività.
In questo campo, ancor più ancora che per altre materie, il Legislatore deve decidere se limitarsi a seguire il “mainstream” con ciò abdicando di fatto al proprio ruolo istituzionale, oppure scegliere di esercitare la funzione che gli compete di guida dei cittadini sulla scorta dei principi costituzionali e delle conclamate conoscenze scientifiche al fine di permettere il libero esercizio dell’attività circense in tutte le sue espressioni, senza discriminazione alcuna.
Se solo se decidesse di svolgere il libero esercizio del pensiero critico ci si accorgerebbe che non vi sono argomentazioni logiche, giuridiche ed etiche per bandire gli animali dal circo o penalizzarne il loro impiego, siano essi domestici o si tratti delle c.d. specie “esotiche”.

Mentre noi parliamo vi sono milioni di animali adoperati letteralmente in ogni modo, in attività di qualsiasi dall’uomo. Molte di queste forme di impiego sono tali da prevedere di per sé la soppressione o lo sfruttamento industriale dell’animale-macchina, senza alcuna relazione tra specie che non sia – appunto – del puro sfruttamento.
Individuare il lavoro di uomini ed animali nei circhi come bersaglio da colpire significa attaccare una delle forme di simbiosi e di condivisione tra esseri viventi comunque più profonde. Piaccia o meno, chiunque abbia avuto un’esperienza anche superficiale di addestramento (pensiamo agli animali che popolano le nostre case) sa a cosa ci si riferisce.
L’addestramento è un fattore necessario nell’interazione tra specie, diventa imprescindibile nel momento stesso in cui specie diverse entrano in contatto e consiste nella modifica graduale di alcuni comportamenti in base a rinforzi positivi sulla scorta di richieste ambientali o, comunque, di stimoli esterni.
Chiamare in causa la “natura” come realtà in sé perfetta, come entità quasi divina che tutti i conflitti risolve in modo armonico è, prima di tutto, una colossale mistificazione e costituisce pure una sorta di sotterraneo richiamo ad una concezione irrealistica, in bilico tra l’Arcadia e un’idea financo simil-nazistoide dello stato di natura. La “natura”, come sappiamo, è invece lotta, contraddizione, stress, fatica.
Al fondo di questa impostazione si staglia una visione di sostanziale separatezza nei rapporti Uomo/Animale.
Invece, bisogna depurare da ogni deviazione ideologica la questione che andrà regolata, ad avviso di chi parla, in base a criteri effettivamente scientifici e tendenzialmente oggettivi, gli unici – forse – in grado di contemperare la tutela della libertà di espressione che è in ballo col valore supremo costituito dal benessere psicofisico degli animali.
In natura gli animali regolano i loro rapporti in base al bisogno ed alle relazioni di forza, né più né meno. Quindi, per un animale del circo il “trait d’union” con l’addestratore rappresenta qualcosa di assolutamente “naturale”, ovvero il rapporto con l’ “animale alfa”.

Una volta di più va ricordato che nessun animale presente nei circhi italiani è stato prelevato dallo stato di libertà non solo perché è vietato da diversi lustri (la Convenzione di Whashington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione è stata recepita dall’Italia nel 1975 e la disciplina dei reati connessi è regolata dalla L. 150/92) ma anche perché non è assolutamente necessario farlo visto che pressochè tutte le specie che compaiono sulle piste dei circhi sono frutto della riproduzione in cattività, sovente nate all’interno del medesimo circo. Sappiamo che alle associazioni animaliste piace fare ancora leva su questa leggenda metropolitana per catturare l’attenzione. Si tratta di un tipico espediente persuasivo che prevede la comunicazione di un dato di partenza falso ad effetto in modo da influenzare anche la valutazione degli argomenti successivi.
La stessa dicotomia tra specie domestiche e specie selvatiche si configura – attualmente – come una mera fictio iuris o come una sorta di semplificazione quasi folklorica, certamente oggi antistorica proprio alla luce delle conoscenze scientifiche e dei dati fattuali.

E’ davvero arduo classificare come “wild animals” delle tigri del Bengala nate dopo setto/otto generazioni di cattività e, per contro, qualificare come domestici i pastori o lupi cecoslovachi che cominciano ad essere di moda nelle nostre nelle nostre città e che sono stati inizialmente importati dai paesi dove originariamente vivevano. Si pensi anche ai “camelidi” (cammelli, dromedari, lama, aplaca, guanachi) che nei paesi d’origine altro non sono se non specie domestiche. Si tratta di considerare un concetto di animale domestico adeguato ai tempi correnti e correlato alla possibilità delle diverse specie di riprodursi in cattività e di convivere con l’uomo.
Il training moderno, poi, è basato sul rinforzo positivo dei comportamenti naturali, delle normali attitudini di ciascun soggetto. Diversamente non si potrebbero raggiungere i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Basta osservare la qualità di certi numeri di dressage con animali presentati al Festival di Monte-Carlo, il più prestigioso nel panorama mondiale, per comprendere quale sia la realtà oggettiva, al di là delle interpretazioni in chiave aprioristicamente negativa adottate dal pensiero animalista.
Chi sostiene la tesi abolizionista tende a rappresentare la realtà del circo italiano esclusivamente in forma patologica, cercando di elevare le situazioni devianti e abnormi al rango di status generale, ordinario.
Ma in questa sede vanno difesi i principi e le espressioni corrette e moderne del rapporto tra uomini ed animali nell’ambito del training.

Un’altra delle argomentazioni più care al pensiero animalista è quella che vedrebbe l’addestramento ai fini di spettacolo (di cui il circo è solo uno dei possibili campi d’azione, non certo l’unico, si badi) come un’espressione dello sfruttamento gratuito degli animali, appunto.
In realtà, questa tipo di ragionamento, come e più di altri, manifesta il vulnus dell’argomentazione di tipo esclamativo, idonea a colpire l’emotività ma priva di valenza oggettiva. Infatti, il criterio di riferimento per un adeguato impiego degli animali dev’essere quello del loro benessere oggettivo, non certo la soddisfazione della prospettiva di chi li guarda.
Come si può agevolmente notare siamo in presenza di un vizio di antropocentrismo proveniente proprio da parte di chi accusa il circo di esserne un’espressione deleteria.

Il welfare degli animali non può certo essere giudicato sulla scorta di impressioni ma è una condizione misurabile in base a criteri scientifici: basti pensare agli stress test attraverso prelievi ematici e di tessuto, all’esame comparato del comportamento (non semplicemente quello contestualizzato in un arco temporale ristretto), alle capacità riproduttive, all’aspetto fisico esteriore, alla socialità. Non si può affrontare una simile tematica in base ad opinioni o pregiudizi basati su spinte ideologiche.
Tutto questo per ribadire che – nonostante la massiccia campagna che sovente ha toccato i confini dell’odio vero e proprio verso il circo con gli animali da parte di certune associazioni – non sono emerse evidenze scientifiche in grado di supportare la tesi che di fatto equipara la presenza ed il lavoro di uomini ed animali nel circo ad un maltrattamento ex sé.
La documentazione proveniente dall’European Circus Association (che oggi mi sento di rappresentare, come board member) e lo stesso regolamento elaborato dall’Ente Nazionale Circhi nel 2013 rappresentano un corretto approccio al problema, un approccio effettivamente scientifico che tiene conto del benessere animale non in forza di tematiche pregiudiziali ma in senso sostanziale.

Non credo servirà ricordare a questa Commissione che nel 2005 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione a sostegno della cultura del circo, in tutte le sue forme espressive, dressage e training compresi.
Un nuovo approccio nel senso della valorizzazione culturale e di tutela scientifica degli animali in cattività aiuterà il Circo italiano – che è oggi ai vertici sotto il profilo artistico in tutti i campi, conquistando riconoscimenti e trofei in ogni festival, Monte-Carlo in testa – ad offrie un’immagine migliore di sé anche e soprattutto a benificio degli animali.
Noi crediamo che non sarà creando un’artificiosa contrapposzione tra circo classico (con o senza animali) vs. circo contemporaneo (nelle forme più varie riassumibili, per semplificare, nella cifra stilistica del circo-teatro) che si elaborerà un progetto di legge adeguato alla valorizzazione dell’arte e delle discipline circensi. Ne’ il richiamo reiterato come una sorta di “mantra” all’esempio del “Cirque du Soleil” – compagnia originariamente canadese la cui maggioranza delle quote è oggi nella mani di un fondo cino-americano – può giovare alla comprensione delle peculiarità del “caso italiano”.

Francamente ci pare davvero riduttivo e fuorviante essere costretti ad affrontare la discussione concentrandosi solo sul tema dell’eliminazione dei contributi statali per le imprese circensi che utilizzano gli animali e che la massiccia “presenza” delle associazioni animaliste in questo dibattito finisca per intossicare il clima e spostare l’attenzione dal vero problema, ovvero dal potenziamento del quadro normativo a sostegno dell’attività circense in Italia.
I risultati delle indagini spesso proposti dalla L.A.V., ad esempio, ci pare godano di una credibilità assai limitata visto che si tratta di studi volti a dimostrare una tesi precostituita, a trovare un sostegno aprioristico, diremmo blindato, ad un assioma. Ovvero si sceglie ex ante cosa si vuole dimostrare e poi si trovano gli argomenti a suffragio. Mai come in questo caso ci pare che possa tornare utile quanto sostenuto da Darrell Huff nel suo “Mentire con le statistiche”.

Tralasciando ogni querelle di tipo estetico circa i diversi modi di “fare circo”, ci sfugge per quale motivo si dovrebbe privare gli spettatori della possibilità di scegliere a quale tipologia di circo rivolgersi.
Pertanto, ci pare che l’unico percorso di crescita e progresso in materia di animali nei circhi (e per tutte le altre forme di addestramento con finalità di intrattenimento) sia quello di regolamentare senza vietare, di individuare i modi adeguati per lavorare con gli animali in funzione del loro benessere rifiutando il pregiudizio “addestramento=maltrattamento”.
I modelli di Germania, Regno Unito e Francia sono illuminanti, in materia. In particolare, ci pare assai felice l’impostazione francese ove è previsto che gli addestratori siano muniti di un “certificat de capacité” che si ottiene mediante un esame avanti una commissione ministeriale composta di esperti etologi indipendenti, di veterinari, di altri addestratori nel corso del quale l’interessato dovrà dimostrare le proprie conoscenze non solo in tema di tecniche di dressage ma pure di fisiopatologia, di legislazione, di alimentazione, ecc.. Ciò favorirebbe la creazione di una specifica figura professionale altamente qualificata; la sussistenza di regole precise per la stabulazione degli animali eviterebbe, inoltre, di consegnare agli orientamenti ondivaghi della Procure della Repubblica questa materia, come purtroppo accade oggi dopo la riforma del codice penale con la L. 189/2004 improntata ad una indeterminatezza dei precetti normartivi.
La nostra associazione, quindi, si batte per il diritto scientificamente sostenibile di addestrare, in linea con le conoscenze etologiche dei nostri tempi.

L’idea di privare il Circo italiano del sostegno del contributo ministeriale in caso di utilizzo degli animali negli spettacoli suona quasi come una sorta di ricatto dal chiaro contenuto discriminatorio anche rispetto a diritti costituzionalmente garantiti. Se l’attività con gli animali è legittima – come effettivamente è, sia al circo che altrove – non si comprende come si possa penalizzarla al chiaro scopo di marginalizzare l’attività circense declinata in senso classico.
Ci auguriamo che, sgombrato il campo dal falso problema dell’eliminazione degli animali, questa Parlamento voglia finalmente scrivere una pagina nuova nel rapporto spesso tormentato tra le istituzioni e l’Arte circense italiana.
Vi ringraziamo dell’attenzione.

Avv.  Francesco Mocellin
Presidente del “Club Amici del Circo”
Board member dell’ European Circus Association  

Short URL: http://www.circo.it/?p=42922

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