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L’immortale comicità di Stanlio e Ollio

Stanlio e Ollio al circo

“Eravamo piccoli e la Rai già ci offriva le comiche di Stanlio e Ollio, anche se allora, non ricordo perché, i due in Italia si chiamavano Cric e Croc e qualcuno aveva persino vestito di parole funerarie la celebre sigla musicale che funzionava da marchio di riconoscibilità. «È morto Cric, è morto Croc, povero Cric, povero Croc», con annesse varianti e storpiature dialettali. Siamo grandi e tutti i giorni Raitre ripropone ancora Stanlio e Ollio, subito dopo «Blob» (considerata un tempo una trasmissione d’avanguardia), addirittura con qualche spettatore in più di «Blob» (la media di share è del 6,15%)”. C’è una comicità che non muore, insomma, dice oggi Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Dove sta il segreto? Anche Paolo Villaggio, intervistato da Circo.it, ha messo Stanlio e Ollio al vertice dei suoi gusti comici. Alla domanda “qual è il comico che in assoluto le piace di più” aveva risposto: “Sono due: Ollio e Stanlio. A distanza di 90 anni fanno ancora ridere, pure a Fellini piacevano moltissimo. Nessuno mi ha mai fatto ridere di più”. Due comici allo stato puro, si potrebbe dire.
“Nel frattempo sappiamo tutto della vita di Stan Laurel e Oliver Hardy, del loro legame professionale (hanno iniziato a lavorare insieme dal 1926 realizzando un numero incredibile di comiche e di lungometraggi, passando dal muto al sonoro), persino della loro fortuna critica (nel libro «Triste, solitario y final», Osvaldo Soriano rievoca alcuni episodi della vita di Laurel & Hardy in maniera quasi commossa). Sappiamo tutto ma continuiamo a essere rapiti dalla loro comicità. Il cui segreto, racchiuso in molti film delle origini, è spiegato molto bene nell’incantevole Hugo Cabret di Martin Scorsese: la magia nasce solo quando il meccanismo (la tecnica, raffigurata dai grandi orologi della stazione) funziona alla perfezione”, prosegue Aldo Grasso. “Stanlio e Ollio variano all’infinito un unico paradigma: la contrapposizione tra il magro e il grasso, tra l’ingenua stoltezza e l’irascibilità burbera, tra il piagnucolio e la voce grossa. Chi combini più guai tra i due non è detto, ma ogni volta il guaio è alle porte. Ogni intervento, dell’uno o dell’altro, peggiora sempre la situazione, fino alla catastrofe finale”. L’eterna contrapposizione di bianco e augusto, altra cosa che aveva capito bene Federico Fellini, che funziona sempre se replicata con i giusti paradigmi. “Oggi la comicità («Zelig», «Colorado» e compagnia cantando) è tutta di parola, basata sulla ripetitività (il classico tormentone) e il doppio senso. Manca la macchina della comicità, cioè l’orologio di Hugo Cabret”, conclude Aldo Grasso. “Gli attori comici attuali hanno la tendenza a fare i predicatori, e allora hanno perso un po’ quella assoluta e unica voglia di muoversi in maniera buffa che contraddistingue i clown”, ci aveva confidato Paolo Villaggio, un altro che di comicità se ne intende. Ma, direbbe forse la “prof” Alessandra Farneti, la forza di Ollio e Stanlio sta anche in altro: in quegli occhi ingenui con cui guardano il mondo, che è un po’ la caratteristica dei grandi clown. “Se si chiede agli adulti come immaginano un clown essi rispondono, nella stragrande maggioranza, che il clown veste abiti coloratissimi, ha un trucco vistoso, scarpe grandi, un sorriso stampato in faccia, una parrucca e un cappello in testa; si esibisce per strada o in circo e il suo scopo è quello di divertire i bambini. E’ l’immagine parziale e riduttiva di un Augusto di circo, guardato solo nella sua più grossolana apparenza ma è quello che “si sa” in genere del clown. Ben pochi comprendono il suo messaggio dissacrante e la sua “stupidità” voluta e studiata come innocenza riconquistata, come corpo “ingenuo e primordiale” che sa esprimere emozioni fondamentali, spogliate di quella ingombrante ragione che le schiaccia sotto il peso delle regole e delle censure sociali”. Parola di Alessandra Farneti, docente di psicologia dello sviluppo che da anni si occupa di clownerie come strumento di formazione.

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