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L’Aida senza cavalli? Non diciamo bestialità

E ci risiamo. Adesso gli animalisti ce l’hanno pure con l’Aida. Non nel senso di Verdi, sia chiaro, a questo non sono ancora arrivati. Nel senso dell’Aida di Zeffirelli, una delle regie più magistrali che il teatro dell’opera ricordi, tanto da aver indotto i gestori della Scala a trasferirla alle scene meneghine nel medesimo allestimento con cui era stata presentata con immenso successo a Verona. Beh, che c’è di male? Nulla, se l’allestimento non prevedesse anche la presenza in scena di due cavalli non di legno come si vede sulle giostre ma in carne e ossa. Urla di sdegno da parte degli animalisti, che avendo come interlocutore una giunta comunale sprofondata a sinistra sanno quello che fanno quando picchiano duro.
Che dire? Mi riallaccio alla storia dell’opera lirica, che nelle grandi edizioni della immortale opera verdiana ha visto con frequenza la presenza dei cavalli. L’eroe della vicenda, Radames, è un guerriero e non un sagrestano. E alla Scala la presenza di animali non è un fatto raro, e non parlo solo di cavalli. Chiedo licenza per una breve autocitazione. Alle pagg. 30-32 del mio libro “Quando Milano faceva faville” si racconta di una elefante che debuttò alla Scala in occasione del balletto “Amor”. Sulla vicenda sono ben documentato perchè si ricollega a un preciso ricordo familiare. In quello spettacolo kolossal, che faceva seguito dopo qualche anno ai trionfi strepitosi del Gran Ballo Excelsior, appariva anche il mio bisnonno mimo-danzatore Ettore Coppini indossando un’armatura da imperatore romano. Bosco non era affatto un dono all’Italia del sovrano di Abissinia come farneticavano la cronache. La sua origine risiedeva in un grande zoo di Amburgo gestito da Karl Hagenbeck, ben noto a tutti gli studiosi di arte circense per i nuovi criteri di doma e di istallazione degli zoo nel mondo occidentale. E infatti Bosco, chiamato in scena soprattutto a fare atto di presenza, svolse con tranquillità il suo ruolo come previsto dal copione. Unica insidia sarebbe stata rappresesentata dalla presenza – inquietante per il pachiderma – di qualche topolino evaso dai sotterranei del teatro scaligero. Ma i topi ebbere il buon gusto di non unirsi agli artisti affacciandosi al proscenio per l’applauso finale.
Storie del passato? Sì, storie del passato. Ma la morale è questa. Accade spesso che, quando fa spettacolo, l’uomo cerchi un completamento alla propria creatività avendo accanto a sè un animale. E non vi rinuncerà solo perchè quattro gatti insisteranno a far pressione su altri quattro, in sede comunale come in sede parlamentare, nella sacra battaglia per qualche seggio assessoriale in più.
Ruggero Leonardi

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