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Innocenti squilibrismi

Ecco un altro racconto che partecipa al concorso promosso da Circo.it e dall’Ente Nazionale Circhi: Letteralmente Circo. E’ quello di Chiara Giudici e s’intitola Innocenti squilibrismi. Quelli già presenti sul nostro sito (e mano a mano li inseriremo tutti) sono L’ultima prova di Erica Balduzzi e Dana di Laura Zuzzi. Chiara Giudici è una studentessa di Lettere moderne all’Università di Milano e insegnante di italiano per i bambini stranieri. Si presenta sinteticamente così: “Coltivo l’interesse per la scrittura e la lettura, attualmente mi sto laureando con una tesi che comprende studi sul circo, cosa che ha fatto nascere in me la passione verso questa forma d’arte”.

Innocenti squilibrismi

La stanza delle fotocopie è più piccola di uno sgabuzzino. L’aria invecchia tra i gorgoglii digestivi del distributore dell’acqua, il ronzio della macchina del caffè e l’odore del toner. Insieme all’aria invecchio anch’io, mi prosciugo nel caldo della stanza, evaporo. Questo caldo secco mi fa venire la tosse catarrosa, consumo quantità industriali di pastiglie antimucolitiche. Eppure è gennaio, se ci fosse una finestra potrei vedere le stalattiti di brina tra le foglie dei gerani che anneriscono sul balconcino. Ma la finestra non c’è. Con le maniche tirate su fino al gomito grondo come un muratore ad agosto. L’entrata di Gisella spinge una ventina di litri d’aria fuori dalla stanza.

“Come va nel nuovo ufficio?”

“A parte il fatto che non è un ufficio, ma una scarpiera?”

“Dai è solo momentaneamente, appena finiranno i lavori al soffitto …”

Gisella incastra la mole del suo corpo tra la macchina del caffè e il muro mentre mette un foglio sul piatto della fotocopiatrice e da il via alla stampa. I fogli A3 invadono quella che dovrebbe essere la mia scrivania. “Scusami, devo farne una quarantina”. Mi guarda silenziosa mentre se ne sta appollaiata sopra il coperchio della fotocopiatrice.“Ascolta bella, hai qualcosa da fare sabato?”

“Sabato? Perché? C’è una cena con quelli della cooperativa?”

“Devo dare via due biglietti, quella stronzetta malefica di mia figlia non vuole venire a vedere il circo con me.” Dice così: “non vuole venire a vedere il circo con me” e corruga con una smorfia da bambina la superficie rosa del mento che si incassa tra i declini di due morbide colline di carne.

“Dai Gisella che è una brava ragazzina, lo sai come è. Fa così per via dell’età, è una adolescente. Vedrai che un giorno sarà lei a chiederti di andare ad uno spettacolo insieme.”

“Io non mi ricordo più di me stessa, perché è passato troppo tempo, ma tu eri così a 14 anni?”

“Assolutamente sì.” Lo dico con convinzione perché non sia sfiorata dal pensiero che sua figlia è una quattordicenne con una stronzaggine da trentenne che preferirebbe nascondersi in cantina piuttosto che farsi vedere al circo con la donna cannone.

“Comunque ho due biglietti. Vedi tu. Li ho pagati ventisette euro a biglietto, se li vuoi dammi quaranta e son contenta.”

“Dai, ci penso un attimo. Li vuole qualcun’altro?”

“Ho chiesto per prima a te. Dai, fammi sapere”

Mi lascia i due biglietti sul tavolo e se ne va urtando il distributore dell’acqua con il sedere. Il boccione reagisce ringhiando bolle furiose come non se ne vedevano dai tempi della Panthalassa. Torno al mio lavoro, devo confrontare i dati dei tabulati che ho sotto agli occhi con il foglio Excel che riverbera dallo schermo del computer. Sono praticamente certa che si trovano delle discrepanze. Impossibile non averne con Maria Teresa che non vuole cambiare le diottrie degli occhiali e trasforma i tre in otto e viceversa. Intanto, dall’alto di una torre di faldoni e Docs, due tigri dai denti acuminati mi stanno guardando. Passeranno al massimo dieci minuti prima che abbandoni i dati degli accessi del trimestre per rigirarmi i due biglietti tra le mani. Con quelle due che mi fissano la mia concentrazione è in grave pericolo almeno fino alla pausa pranzo. La grafica comunque non è delle migliori: due tigri dalle fauci spalancate inserite in un cerchio rosso. Sembra fatto con il Paint o un altro programma grafico di basso livello. La scritta è gialla con i contorni blu. È il classico font che ci si aspetta di vedere dipinto sui carrozzoni ferroviari dei vecchi circhi americani. Sabato, due posti, spettacolo ore 21.00. Se ci vado una tigre è mia. A chi do l’altra tigre? Sarebbe bello portarci mia nonna. Sarebbe giusto, a lei piacerebbe da morire. Ma spostare da casa durante il rigore di gennaio una vecchia in bronchite cronica e con l’anca consunta non mi sembra geniale. Però sarebbe bello. Nonna ama il circo, lo ama molto più di me. È stata lei a portarmi per la prima volta, per non contare tutte le consecutive. Ricordo che la prima volta andammo in un tendone piccolo, bianco e rosso, nel mezzo della piazza di Lonate Pozzolo. Ma probabilmente sbaglio. Ricordo una scimmietta vestita da uomo che venne verso di me per rovesciarmi con una zampata un bicchiere di coca-cola addosso. È successo veramente? Bastò quello per farmi venire le lacrime agli occhi. Detestavo i pagliacci, soprattutto quello che sembrava più grande e più forte perché maltrattava e faceva piangere il più piccolo, stupido e indifeso. All’entrata delle tigri non facevo che pensare che l’esile gabbia che circondava l’arena non poteva difenderci da quegli animali se avessero voluto divoraci. Ma il vero terrore lo provavo alla vista degli acrobati. La nonna mi costringeva a guardare in alto, naso all’in su e occhi spalancati. “Guarda!” mi diceva “Li vedi? Sembrano leggeri, sembra tutto facile, ma non è vero nulla. È difficile, è faticoso, è tanto lavoro. Guarda come volano! Come uccelli. Invece sono atleti.” Io non potevo proprio guardarli se non dietro alle fitte tende della mia frangetta. Avevo troppa paura. Temevo che perdessero la presa e precipitassero e morissero davanti ai miei occhi. Intanto la nonna continuava a indicarli estasiata “ Guarda! Guarda! Non sono come ballerini?”, ma a quel punto solitamente raggiungevo il limite della tensione e cominciavo a frignare e implorarla di portarmi a casa. Mentre mi preparava per l’uscita mi sentivo sollevata e colpevole. Mi riportava a casa senza dire una parola. Appena mia madre avesse aperto la porta avrebbe urlato: “Dai della valeriana a tua figlia perché la bambina è nevrastenica!”

Poi cominciò la coxartrosi, la nonna usciva sempre più raramente e le gite al circo finirono. Gli spettacoli degli acrobati divennero una cosa da vedere in televisione, nella cucina della nonna, mentre si mangiano i passatelli in brodo. Fu allora che comincia ad amarli, perché in televisione la morte non esiste e niente può fare paura. Nella grande cucina tentavo di fare il giocoliere con arance e mandarini, provavo a convincere Birillo a saltare in un hula-hop, camminavo in equilibrio su fili tracciati sul pavimento con lo scotch da elettricista, ma soprattutto saltavo, contorcevo gli arti e ballavo. Dal divano la nonna mi guardava, brontolando contro mia madre che per qualche oscura ragione aveva preferito iscrivermi a nuoto piuttosto che a danza. “Legnosa come tuo nonno” diceva “poco da fare, rigida come un baccalà.”

Appena apro la porta sento l’inconfondibile detonazione di AK-200, sul fondo della stanza il proiettore mostra immagini di Kabul devastata dalle bombe mentre un ragazzino in mutande e maglietta si agita come un invasato. “È tutto il giorno che gioca con quella porcata, meno male che te lo porti via!” Marta mi infila una bottiglia di birra in una mano e una sigaretta accesa nell’altra. “Siediti” urla indicandomi uno sgabello, “devo raccontarti cosa ha fatto oggi quel cretino. Ha litigato con la sua prof di musica. Ha detto alla Quartini di mettersi il flauto in quel posto. Cioè, una roba gravissima. Ai nostri tempi non ci sognavamo nemmeno.”

“Ma come mai ha fatto una roba del genere?” Grido per sovrastare il frastuono delle pale di un HH-3F in volo sulla Cisgiordania.

“Dice che la prof lo ha offeso perché è ungherese, ma figurati, è una cazzata. Ormai litiga con tutti. Non so, mi sembra che non capisce più un cazzo, gli ha dato di volta il cervello. Prova a parlarci tu, vedi se ti ascolta.”

“Si saranno capiti male.”

“Ok, ma lui non si deve permettere di rispondere in quel modo. Risultato: un quattro e una nota per lui. Per me la convocazione a scuola. E con la richiesta di portare anche il padre che è la cosa che mi fa incazzare di più. Va che anche la scuola non capisce un cazzo. Che padre devo portare che non si fa vedere da 6 mesi e non paga gli alimenti da maggio scorso?”

“Ma ora lui è in Italia?”

“Ma cosa ne so, sarà dalla sua cubana, guarda non me ne frega niente.” Lancio un occhiata sul fondo della stanza, Andràs continua a dimenarsi come in preda ad un esorcismo mentre i lampi delle bombe lo incorniciano.

“Ma è in castigo ora? Perché se è in castigo lascio perdere circo e tutto!”

“Ma quale castigo! Portatelo via un paio di ore per l’amore del cielo! Tanto se sta casa è lì come un cretino. Anzi ti ringrazio che hai pensato di portarlo, almeno fa qualcosa di costruttivo.” Improvvisamente tace l’artiglieria pesante mentre si alza l’ululato di guerra di un dodicenne “ 24.567 punti! Best risultato forever!”

Guidare in autostrada è come condurre un mezzo subacqueo, per quanto faccia sfrecciare i tergicristalli non si vede quasi nulla e sono costretta a non superare i sessanta all’ora. “Che tempaccio, vero?” tento di iniziare un dialogo che latita da almeno 15 minuti.

“Sì, è brutto”.

“È tanto che non andiamo a Milano insieme, vero?”

“Sì, sì”

Non rinuncio, “Un paio di anni fa andavamo spesso, ricordi? Al museo di storia naturale, al castello. La cosa che ti piaceva di più però era la metropolitana.” Nessuna risposta, “Ti ricordi quanto ti piaceva la metropolitana?”

“Ero piccolo. Ora sono grande.”

“Certo, vero, sei grande ormai. Vuoi mettere su un cd? Ho anche la chiavetta mp3.”

“Hai Jay-Z o roba di Snoop Dogg o Club Dogo?”

“No, però ho Bruno Mars.”

“Bruno Mars è da femmine.”

“Caro, io sono una femmina e questa è la mia macchina, quindi Bruno ci sta benissimo.”

“Se lo metti mi butto giù! Metto io il mio mp3 così ti faccio sentire musica bella!” Attacca il lettore alla presa, alza a palla e comincia ad agitare le mani seguendo il ritmo mentre un tipo parla di sparare in testa al tizio che gli ha rubato la roba e la donna.

“Andràs, posso chiederti cosa hai combinato oggi a scuola?”

“No, troppo casino.”

“Dai, prova a spiegare.”

“Ma niente! Quella scema della Quartini diceva che disturbavo e non era vero. E poi mi ha detto che non capisco perché parlo ungherese. Insomma mi ha offeso perché mio padre è ungherese, ecco.”

“Sei sicuro che ti ha detto così?”

“Certo che sono sicuro! Anche tu pensi che non capisco perché sono ungherese?”

“Tu sei italo ungherese. E lo so che capisci benissimo, quando vuoi capire.”

“Io sono più ungherese che italo perché quello che conta di più il padre, non lo sai?”

“Ma se sei nato qui! Hai sempre vissuto qui!”

“Non conta nulla.”

“Ok. Ascolta, ma tu hai voglia di andare al circo questa sera?”

“Ma sì, dai, abbastanza.”

“Che euforia. Attento a non gioire troppo. Comunque sono contenta che hai accettato.”

“Secondo te sono troppo grande per andare al circo?”

“Ma figurati! E poi se sei grande tu cosa diciamo di me?”

“Ma è diverso, tu accompagni me!”

“Allora rapiamo un bambino piccolo, così stai tranquillo.”

“Sai che il mio nonno faceva il circo?”

“Non me lo hai mai detto.”

“Ma certo, non lo sai che noi ungheresi amiamo il circo? Anche il bisnonno, anche mio padre.”

“E cosa facevano?”

“Un po’ tutto: lancio dei coltelli, cavalli, trapezio.”

“Caspita, e tu?”

“Io niente, magari posso imparare.” Lo dice ridendo e il sorriso teso come un ghigno sembra volermi dire che è tutto uno scherzo, un gioco, una presa in giro, perché è ovvio che lui, Andràs, mai e poi mai potrà imparare nulla. Scema io se ci credo.

“Potresti imparare a fare l’equilibrista. Per favore però lascia stare il lancio dei coltelli altrimenti bisogna fare un’assicurazione di quelle totali.”

“Mio padre è bravissimo con il lancio dei coltelli. Li lanciava contro mamma e faceva la sagoma sulla parete.” Taccio, perché sarebbe troppo facile fare una battutaccia dicendo che era piuttosto sua madre a lanciare i piatti contro suo padre, sarei crudele e fuori luogo.

“I miei si sono conosciuti al circo, sai? Papà faceva il solito spettacolo, era sul trapezio e volava a trenta metri di altezza, poi ha visto mia madre. Quasi quasi cadeva, perché si è distratto. Allora, appena finito lo spettacolo, è uscito dal tendone per aspettarla. Insomma si sono incontrati e innamorati. È successo così.”

“Caspita!” dico. “Caspita!” è l’unica cosa che riesco a dire, “Caspita!” e mi chiedo se lui sappia che i suoi si sono conosciuti in un disco club indi-rock di Settimo Milanese, io lo so perché c’ero. “È proprio una bella storia!

“Non è una storia, è così che è andata! E poi hanno viaggiato insieme per l’Europa: Londra, Madrid, la Spagna … sempre insieme. E lui si esibiva e lei vendeva i biglietti. Poi però sono nato io e allora mia mamma ha detto a papà che doveva smettere perché era un lavoro troppo pericoloso. Allora siamo venuti qui.”

“Certo, ha senso. Con un figlio piccolo …”

“Papà ha ricominciato ora.”

“Sempre sul trapezio?”

“No, ora doma le tigri.”

Devo assolutamente cercare di cambiare discorso o mi butto dall’auto in corsa. “Sai, io avevo una amichetta del circo quando andavo alle elementari. Si chiamava Jaquiline.”

“Sul serio?”

“Sì, arrivava sempre a maggio. Era bello averla come amica.”

“Ti ha fatto toccare gli animali, o salire sugli attrezzi, saltare sulla rete di protezione?”

“No, no. In realtà la maggior parte delle volte veniva lei da me oppure stavamo nella roulotte o andavamo con sua madre al parco. Insomma cose normali. Solo un paio di volte sono andata a vedere gli animali e abbiamo corso nell’arena. Però io ero stregata da lei, completamente innamorata.”

“Innamorata? Di una femmina?”

“Ma certo. È normale per i bambini.”

“Io mica mi innamoro dei maschi! Cazzo non sono un gay!”

“Nemmeno io, ma era così affascinate. La bambina bruna che arriva a primavera come le rondini, quasi un preavviso della futura felicità della vacanza estiva. E poi si chiamava Jaquiline e a quei tempi il bambino con il nome più esotico della classe si chiamava Gaetano Spalluto. Insomma, in lei tutto era attraente.”

“Cazzo, non lo sapevo mica che una volta eri una finocchia.”

La lunga passerella di parquet ci conduce con il suo scricchiolio fino a sotto il tendone. Appena entrata ho l’impressione che dei pop corn mi esplodano nel naso per il forte odore di olio di semi bruciacchiato. Naturalmente Andràs ne vuole subito un bidone formato mega. Continua a schizzare in giro come una falena impazzita tra gli stand di dolciumi, il bar e dei vecchi carrozzoni di legno decorato dove si vendono zucchero filato, frittelle, caramelle sicuramente tossiche e pizzette di dubbia provenienza. Cammina veloce, sorridendo, mi ricorda quando era molto più piccolo e andava curato a vista continuamente perché aveva una spiccata tendenza alla fuga. Ci sistemiamo sulle poltroncine rosse. Dalla poltroncina di Andràs proviene una pioggia incessante di pezzi di pop corn che cadono come fiocchi di neve sui miei pantaloni. Lo guardo infilarsene in bocca intere manciate, sporcandosi il mento brufoloso di olio e di sale. Vagamente disgustoso.

“Andràs piantala di mangiare come un animale.”

“Ma sono così buoni! Dopo ne voglio ancora.”

Inizia lo spettacolo, quasi senza preavviso una mandria di ragazze clown si riversa tra la platea facendo ruote e capriole, alcune di loro corrono sul bordo dell’arena, ballano agitando vortici di gonnelline colorate. Sembrano fiori ubriachi, si scontrano, si evitano, poi si scontrano di nuovo e infine spariscono nello stesso modo nel quale sono apparse. Contorsioniste, trapezisti, saltatori, si susseguono uno dopo l’altro sulla pista. Io tengo un occhio sullo spettacolo e uno su Andràs che ha smesso di divorare schifezze e mi mostra l’incredibile sguardo fisso, il sorriso immobile, di quando era bambino.

“Ti piace lo spettacolo?”

“A Budapest ho visto il circo con mio padre ed era più bello. Anche questo però non è male.”

“Sì, certo, il circo di Budapest è famoso. Guarda sono arrivati i trapezisti. Li vedi?” indico due figurine bianche che si lanciano uno incontro all’altro nell’aria. “Sembrano leggeri, sembra tutto facile. Invece sono atleti.”

“Secondo me invece sono felicissimi di stare là sopra, lontani, sulla testa della gente. Guardali stanno giocando come i passeri.” Li fisso per un attimo e di nuovo sento venirmi la pelle d’oca all’idea che possano cadere e spiccicarsi davanti a me. Effettivamente ha ragione, sembra veramente di vedere i giochi di due uccellini, forse canarini.

“Certo che sono felici di stare là sopra. Tutte le cose pesanti: lo stress, le incazzature, la noia, credo proprio che là sopra non riescano ad arrivare. Credo che quelle cose orrende restino a terra. Invidio quella leggerezza sai? La vita a volte sa essere molto pesante. Il lavoro da solo a volte riesce ad appesantirmi di 300 chili e farmi finire sotto terra. Figurati tutto il resto. ”

“Potresti imparare anche tu a svolazzare su un trapezio. Oppure a ballare sulla corda.”

“No, no, sono troppo legnosa io, troppo rigida.”

“Ma se sei tutta snodata, e poi non sei rigida per niente. Ti ricordi quando ballavamo insieme in sala? quando poi mi prendevi in braccio e ci buttavamo sui materassi del divano? Ballavi benissimo, non eri rigida. Insomma, per la tua età.”

“Grazie, che carino. Anche se potevi tenerti per te il commento sull’età. Ti ho mai detto che mia nonna faceva la ballerina? Una cosa piuttosto controversa per quei tempi, quando si sposò fu costretta a smettere. Comunque anche tu non sei per niente male, sai? Credo che potresti imparare a lanciare i coltelli, o corre sulla corda o tutte quelle cose.” Mi guarda e improvvisamente infila la testa nel bidone dei poc corn e comincia a mangiarli spargendo più briciole che mai.

“Prima ti ho detto cazzate, sai? Mio padre non lancia i coltelli. Non sono mica scemo lo so che non lavora al circo. Sei arrabbiata?”

“Ma no figurati. Tu sei arrabbiato?”

Dalla platea parte un forte scroscio di applausi, le luci si abbassano e l’aria viene pervaso da una musica dolce, ammiccante. Dalla sommità del tendone viene srotolata una lunga striscia di tessuto color malva che ondeggia seguendo i movimenti di una acrobata vestita con un succinto vestitino di lamè. Dentro alla gonna cortissima e al corpetto striminzito la ragazza si dimena, turnica e volteggia sulla sua liana violetta da un capo all’altro dell’arena. La guardo e guardo Andràs, i pugni stretti sulle ginocchia, il viso arrossato e gli occhi che volano come calabroni su ogni movimento di quelle gambe che si aprono e chiudono introno alla corda. Lo guardo e capisco subito che quello che vede, ormai, non è più solo l’artista del circo. Senza controllarmi gli passo una mano tra i capelli sudaticci, lui stranamente non si sottrae. Potessi tenerti così Andràs. Niente casini, padri assenteisti, madri stressate, note e votacci, niente parolacce, niente hip pop, solo un dodicenne estasiato davanti ai clown, un bambino felice di vedere le tigri al circo. Ma se devo affrontare anche l’ondata ormonale e i primi amori io non so proprio cosa potrò fare per contenere l’argine.

“Ma quando sei diventato grande Andràs?”

Si volta verso di me, è paonazzo e sorridente. ” Ho deciso che da grande farò il trapezista.”

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