
In uno stato di semiagitazione assicuro la bobina al perno del lettore ed ecco, come per incanto, comparire sullo schermo la prima pagina del periodico, citato addirittura ne Il Teatro di Varietà in Italia, libro di Antonio Morosi, primo storico dello spettacolo di arte varia. Che emozione! Questo è quello che si può chiamare degno coronamento di mesi di ricerche sul mondo del varietà milanese e traccia tangibile dell’esistenza, anche a Milano, della cosiddetta stampa concertistica.
Il bibliotecario, incredulo, compila la ricevuta delle scansioni ed esclama: “Caspita signorina, sono davvero tante!”, mentre io sorridendo con soddisfazione non vedo l’ora di leggere in tranquillità il contenuto degli articoli. E da qui mi si svela un mondo…

Il periodico domina la scena fino al 17 settembre 1894, quando da Genova arriva Berra Miniére, con l’intento di creare un giornale concorrente; fra i due non è di certo amore.
Tralasciando le schermaglie fra i direttori, molto divertenti e gustose, la consultazione di queste testate è stata di fondamentale importanza per raccogliere notizie. Ricchi di particolari e dettagli sono gli articoli in prima pagina dedicati agli artisti, spesso corredati da preziose fotografie che rendono il tutto più accattivante e con una forte valenza pubblicitaria, non a caso il nome della celebrità di turno è ripetuto nel corpo del testo molteplici volte evitando volutamente sinonimi. Sia in Eden-Milano sia in Yorick sia ne La Mascotte sono rare le volte che compaiono i nomi dei collaboratori e i pochi rinvenuti sono pseudonimi, molto usati nell’ambiente del caffè-concerto.

Ciò non toglie che gli spettatori del varietà fossero moltissimi, a Milano questo genere d’intrattenimento spopola per tutto il periodo della Belle Époque che vede nascere numerosi teatri fra i quali l’Eden, il più ricercato ed elegante. Già il nome è un programma, difatti è spesso identificato con una sorta di luogo di perdizione bonaria. Signore e gentiluomini di tutto rispetto attendono con trepidazione che arrivi la sera, per recarsi nel meraviglioso palazzo dei divertimenti. Il suo vasto salone di cinquecentocinquanta metri quadri, con un soffitto alto più di nove metri, affrescato di celeste con putti alati, verso il quale s’innalzano quattordici colonne verniciate di rosso, incanterebbe anche lo spettatore odierno. La sala, illuminata di giorno dalle ampie vetrate e di sera dalla luce elettrica, è occupata da tavolini liberamente disposti e da soffici poltrone di velluto rosso a ridosso del palcoscenico, ben visibile anche dai posti in balconata.

Dall’aprile del 1889, pochi giorni dopo l’inaugurazione, hanno inizio in questo teatro gli spettacoli di varietà – organizzati dai soci fondatori Gaspare Stabilini e Malacchia Colombo – vera essenza dell’Eden definito “il meet del pubblico milanese e forestiero, che trova in quelle rappresentazioni sceniche un mezzo variato di passare la serata, senza noie e sopraccapi” e se lo dice Romeo Carugati, cronista de La Lombardia, bisogna crederci!

Anche i numeri di circo equestre entrano a far parte del varietà; si ritrovano nel novero delle attrazioni abili giocolieri, intrepidi acrobati, audaci ammaestratori di animali, contorsionisti, velocipedisti, trapezisti, simpatici clowns musicali, fenomeni umani e molti altri artisti spesso di esotica provenienza. Bisogna riconoscere che i circensi sono in grado di emozionare maggiormente gli spettatori e per farlo si sottopongono a un duro lavoro di reinvenzione di sé e dei propri numeri. Fanno vita appartata e con il pubblico hanno pochi rapporti dopo lo spettacolo, anche perché gli acrobati devono sottostare a un pesante programma di allenamento, che lascia poco tempo da dedicare ai divertimenti, hanno abitudini e stili di vita completamente diversi da quelli delle canzonettiste, solite intrattenersi con i signorotti danarosi dopo la rappresentazione fino alle prime luci dell’alba.

Anche questo simpatico aneddoto fa parte di quel particolare fenomeno di costume che prende il nome di spettacolo di varietà, per il quale è difficile stabilire una data d’inizio e un paese d’origine, ma che ha saputo animare e dare un senso alle serate di tante persone, più o meno ricche, più o meno rispettabili, che in questi teatri sotto la maschera del perbenismo e sotto la dura scorza delle convenzioni sociali spesso si lasciano trascinare dal fascino delle esibizioni, vengono catturate dall’atmosfera ambigua, ma soprattutto si divertono.
Sfogliando i documenti recuperati fra la polvere, la mia mente parte in un viaggio a ritroso nel tempo, immagino di poter vivere nella Milano di quel periodo spensierato e movimentato, lo ammetto, provo un po’ d’invidia.
Stefania Bianchi
Stefania Bianchi si è laureata lo scorso aprile (110 e lode) all’Università degli Studi di Milano, Facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in Scienze dello Spettacolo, con una tesi dal titolo “Il Teatro di varietà a Milano nei periodici della Belle Epoque”. Relatore prof. Alessandro Serena, correlatore Dr.ssa Camilla Guaita.
