Skip to content Skip to footer

di Alessandro Serena

La prima parte di un lungo escursus sulla figura del clown pubblicato nell’ultimo numero della rivista Circo “Speciale clown”

L’archetipo del clown, presente fin dall’era dei cacciatori-raccoglitori in quasi tutti i rituali sciamanici della Terra, è una delle figure più trasversali e ricche di significato dello spettacolo dal vivo. Sebbene il termine oggi includa artisti polimorfi legati a una comicità e a un istrionismo di stampo giullaresco, come Dario Fo, Roberto Benigni o Jerry Lewis, la clownerie ha la sua culla ideale nella pista del circo, dove negli ultimi due secoli si è strutturata in categorie ben definite e in continua evoluzione.

I Fratellini

Dopo i successi di Joseph Grimaldi, Little Wheal, Little Walter e Tom Belling nell’Ottocento, il Novecento si apre con la codificazione di due figure distinte il raffinato clown bianco e l’augusto, il cui compito era spezzare la tensione degli spettacoli equestri con cadute e balzi. Negli anni Dieci, con il duo Footit & Chocolat, si definisce il rapporto conflittuale in cui il bianco maltratta l’augusto. La coppia diventa star nei circhi parigini grazie a repertori scritti anche da commediografi, e la figura di Chocolat, ex schiavo nero, si impone come simbolo di emancipazione. Questo approccio di coppia si basa su contrapposizioni
fisiche e psicologiche espresse anche nei costumi, realizzati da importanti laboratori come il celebre Atelier Vicaire di Parigi, principale produttore di ricche vesti per clown bianchi.
Tra i più celebri sodalizi spiccano innovatori italiani come Enrico Sprocani (Rhum), dal talento acrobatico, e i livornesi Dario e Bario. Il primo è un bianco, splendido e satanico, mentre il secondo interpreta l’augusto ubriaco, durante la loro carriera creano la celebre entrata Ape dammi il miele, ripresa ancora oggi.

Il clown bianco Tati e Giacomino Cireni


I Fratellini – Francesco, Alberto e Paul – sono le star della Belle Époque. Introducono la formula a tre (un
bianco e due augusti) che soppianta il duo e impone il concetto di “entrata comica”, basata sulla qualità delle situazioni. Amati a Parigi, insegnano da Jacques Copeau, si esibiscono alla Comédie-Française e ispirano Cocteau e Milhaud. Nel Dopoguerra la scena italiana è dominata da tre dinastie. I Rastelli fondono clownerie e virtuosismi musicali con gag basate sulla distruzione di pianoforti che esplodono, il trio Caroli si trasforma nei clown Les Francescos, dove Enrico crea un’originale maschera di augusto ed Ernesto fa l’ubriaco. I Colombaioni partono da un repertorio popolare all’aperto e, per la loro genuinità,
vengono scelti da Dario Fo ed Eugenio Barba per insegnare la gestione del corpo agli attori, prima di passare ai palcoscenici teatrali dagli anni Ottanta. A livello internazionale si distinguono gli iberici Aragon e Rudi Llata, e i Chabri e Bubi Ernestos nel centro Europa. All’inizio del Novecento, molti artisti passano dal circo al nascente cinema, nel quale vengono ripresi giochi di prestigio e gag. Charlie Chaplin è il personaggio che più di tutti interpreta questa transizione dallo spettacolo dal vivo a quello riprodotto. Il genio di Chaplin si serve costantemente del bagaglio appreso nello spettacolo itinerante, riutilizzandone atmosfere e tecniche corporee in capolavori come Il circo o Luci della ribalta. Questa immensa passione per il circo e il varietà rimarrà intatta per tutta la sua vita e verrà trasmessa alla figlia Victoria, creatrice con Jean-Baptiste Thierrée del poetico e fortunato Cirque imaginaire.
Accanto a coppie e trii, non cessano di affermarsi grandi solisti, tra i più celebri della prima metà del secolo si ricordano W.C. Fields negli anni Dieci, Bagessen nei Venti e il ciclista Joe Jackson nei Cinquanta.
Tuttavia, gli esempi più fulgidi sono rappresentati da Grock e Charlie Rivel.

Grock (Charles Adrien Wettach, 1880-1959), inizia come funambolo e contorsionista prima di imporsi come solista. La sua maschera diventa tra le più note del secolo e il suo iconico numero, rimasto invariato per quarant’anni, conquistando i teatri di tutta Europa e l’ammirazione di Chaplin. Il catalano Charlie Rivel (Josep Andreu y Lauserre, 1896-1983) inizia invece in un trio con i fratelli, per poi trasformarsi in un eccentrico solista dal camicione lungo e naso a cubo. Star internazionale, la sua consacrazione definitiva avviene nel 1974, quando riceve il primo Clown d’Oro della storia del Festival di Monte Carlo. Negli anni Sessanta e Settanta, la televisione consolida poi la popolarità di icone come Emilio Aragon in Spagna, Charlie Cairoli in Inghilterra e Achille Zavatta in Francia. Tra i grandi solisti contemporanei spicca David Larible (1957), considerato da decenni tra i più importanti clown classici del mondo. Larible definisce un augusto classico dal trucco leggero e dal cappello alla Jackie Coogan, specializzandosi in riprese corte e originali basate sul coinvolgimento diretto del pubblico, un modus operandi di cui è stato pioniere. La sua carriera internazionale decolla con il Clown d’Argento a Monte Carlo nel 1988, che gli apre le porte del Ringling Bros. and Barnum & Bailey negli Stati Uniti come star della pista centrale. Nel 1999 fa il bis al Festival monegasco conquistando il Clown d’Oro.

Lou Jacobs

Negli ampi spazi dei circhi americani a tre piste, i clown sviluppano una comicità più immediata. Lou Jacobs, icona del Ringling dal 1924 per sessant’anni e premiato a Monte Carlo nel 1977, diventa celebre per fulminee gag visive: quella della minuscola macchinina giocattolo da cui usciva a dispetto della sua statura, la “macchina atomica” che esplodendo liberava quattro nani vestiti come lui, e il guinzaglio gigante con un minuscolo chihuahua.

Leggi la seconda parte dell’articolo: Il Clown. L’uomo che fa ridere/2