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di Alessandro Serena

Quello che segue è un estratto dal capitolo di “Storia del Circo” (Odoya) dedicato alla giocoleria.

I

Un’inversione di tendenza [nella giocoleria n.d.r.] si produce con Enrico Rastelli (1896-1931) il quale, at­torno agli anni Venti, priva la giocoleria della caratteristica di breve atto unico per restituirle l’essenza di un’esibizione astratta, al di là e al di sopra d’ogni possibile interpretazione. Dopo una formazione avvenuta soprattutto in Russia nei piccoli circhi itineranti, nel 1915 Rastelli incontra un giocoliere giapponese, Takashima, dal quale apprende le antiche tecniche della giocoleria orientale. Egli esegue vir­tuosismi mai più eguagliati, come la giocoleria di otto piatti realizzata con un vaso tenuto in equilibrio sulla fronte, saltando la corda con una gamba mentre l’altra è impegnata a far roteare un cerchio. Già nel 1921, a Milano, quando con la com­pagnia Gatti-Manetti si esibisce al teatro Dal Verme, nel manifesto che reclamizza lo spettacolo è scritto:

Entusiastiche frenetiche ovazioni

al meraviglioso fenomenale velocimane

ENRICO RASTELLI

unico al mondo – senza rivali.

È vero che gli impresari di allora tendevano a esaltare le virtù dei propri artisti nella speranza di attirare gli spettatori più ingenui, ma è anche vero che agli altri nomi dello stesso programma non veniva dato il medesimo risalto. Dopo una bre­ve tournée in Italia lascia definitivamente il circo per i più remunerativi teatri di varietà. L’America, la Francia, e la Germania sono le nazioni dove riscuote maggio­re successo. Il 1931 pare l’anno destinato a segnare la sua legittimazione anche in patria, grazie a un contratto con la potente ditta Suvini-Zerboni, ma pochi giorni dopo il suo debutto, al teatro Duse di Bergamo, essendo emofiliaco muore per una lieve ferita procuratasi in scena.

Enrico Rastelli è ricordato per l’inserimento, nella giocoleria, dei concetti di essenzialità, velocità ed eleganza, in assoluto contrasto con le lente e macchinose esibizioni dei nerboruti giocolieri del tempo. Le perfette simmetrie degli oggetti che giocola e dei movimenti del suo corpo lo pongono fra i pochi artisti di circo e di varietà a essere frequentemente ricordato negli scritti di personaggi della cultura come Colette, Jean Cocteau, Oskar Schlemmer (che impone il training del giocoliere ai propri allievi di teatro), oltre ai nostri Orio Vergani, Vito Pandolfi e Silvio D’Amico.

Durante i suoi ultimi anni di vita la fama che lo circonda fa nascere numerosi emuli, tra cui Paolo Bedini e Massimiliano Truzzi. Anche nel secondo dopoguerra lo stile dominante rimane quello del grande artista italiano, come pure rimane il suo modo rapido ed essenziale.