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Danilo Mainardi, la lepre felice e l’allegria del circo

Danilo Mainardi, che essendo Danilo Mainardi può permettersi tante cose, si è permesso di recente qualche interrogativo su quel tema tabù che è la felicità animale. E’ noto che ogni comportamento riscontrato sui nostri vicini di pianeta conduce di solito, dopo una attenta indagine, a una spiegazione razionale. Un animale può muoversi in certo o cert’altro modo, oppure non muoversi affatto perchè – ad esempio – motivato da un comportamento che lo conduce alla conquista di una preda. La parola “gratuità”, in natura, parrebbe destinata a uscire di scena. Ma forse non sempre, chissà. Questa è la riflessione di Mainardi dopo aver sorpreso certi comportamenti di una lepre in ambiente appenninico senza essere visto dall’animale grazie alla protezione offerta dall’ombra notturna di un nocciolo. “Il suo spettacolo iniziò di colpo”, racconta, “e consisteva di corse in tondo, salti scomposti, piroette, zigzagamenti. Forse era un gioco, chissà. Il prato era il suo palcoscenico, la luna piena un potente riflettore. Un minuto di questa follia e poi, senza un comprensibile perchè, la lepre si bloccava.(…) Poi, dopo un breve intervallo, daccapo: s’alzava nuovamente sulle zampe posteriori e riprendeva. Che stava facendo? Quale significato aveva quella sorta di rito? Non lo sapevo e ancora non lo so. Secondo me, però, si godeva la vita. Sembrava esserci felicità in quel suo comportamento”.
Felicità: parola che oggi la nostra cultura tende a rimuovere quasi fosse un tabù. Che se poi a questa si affianca la parola “gratuità”, c’è rischio di trovarsi dentro un tunnel dove si sa come si entra e non si sa come se ne esce. E’ un’epoca, la nostra, dove anche un semplice sorriso sembra dover chiedere la legittimazione del nostro regime culturale. Mainardi osa perchè se lo può permettere. Ma qui siamo in sede circense, dove se non si osa non si esiste. E quindi penso a quel che mi accade di vedere anche in questi giorni nella mia città. I muri degli edifici milanesi, come già mi è accaduto di scrivere in una serie su Circo dedicata al rapporto dell’arte circense con la metropoli, si sono fatti complici inconsapevoli di esibizioni acrobatiche a cielo aperto per via di giovani ardimentosi impegnati in scalate che nulla hanno, in sè, di “utile” o di “razionale”. Motivazione dominante è l’abbandonarsi al piacere del corpo, alla gioia di sentirsi vivi grazie alla complicità dei propri meccanismi. In altre parole, “godersi la vita”, come azzarda Danilo Mainardi parlando della lepre.
E che cosa è il circo se non rappresentazione coltivata, studiata, talvolta anche a prezzo di sofferenze, di quella pulsione di felicità del corpo di cui la lepre spiata una notte sull’Appennino da un grande etologo ci ha dato testimonianza? Ai bambini che vanno al circo per godersi la vita un po’ più del consueto appare normale che sulla pista uomini e animali dividano la stessa sorte. Sono gli uomini, certi uomini, a complicare tutto. Invece i bambini, pur non disponendo di discorsi elaborati come chi scrive in questo momento, non hanno bisogno di leggere nulla per sapere che questa è la verità espressa da quell’unico teatro del mondo che è la pista di circo. E giù applausi, soprattutto se con gli uomini danno spettacolo di allegria i cavalli e i leoni. Questa sì ch’è vita.
Ruggero Leonardi

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