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Cronache del Circo Mirra a Solopolis

Paolo Romano è nato a Salerno nel 1970. Giornalista professionista, già in forze a Rai Giubileo, è redattore di Tele Diocesi Salerno. Come documentarista ha curato produzioni in India, Tunisia, Germania, Egitto, Giordania e Israele. Ha vinto i premi giornalistici “Città di Salerno” (2006) e “Media e Territorio” (2010). Ha pubblicato: “Menti Perdute” (Poesie-Ripostes 1995), “Circo-stanze” (prose poetiche-Ripostes, 2000), “Meridioni-ovvero della docilità dei luoghi” (Laboratorio Dadodue, 2002) e “Le Stelle dei Barbuti” (Bottega S. Lazzaro, 2005). Scrive per il quotidiano La Città.
Il racconto di Paolo Romano si aggiunge a quelli già pubblicati e che si possono leggere nella sezione Letteralmente Circo del nostro sito.

Cronache del Circo Mirra a Solopolis

Erano anni che il circo sospeso Mirra non piantava più le sue tende al centro delle quattro tower di Solopolis. Il suo ritorno fu una sorpresa per tutti noi. All’altezza del 323° piano, gli addetti al montaggio agganciavano i grossi cavi d’acciaio dello chapiteau ai grattacieli di cristallo. Persino gli operai sembravano dei funamboli, gli unici capaci ancora di spostarsi da una corrente d’aria all’altra senza bisogno dei ponteggi a propulsione; lavoravano solo grazie alla loro abilità, con lo slancio e l’agilità di cui erano capaci sulle corde volanti. Con tutte quelle allegre maestranze, la megalopoli si riempì subito di colori, odori, ricordi che restituivano vita e memoria nel vento caldo dell’immenso distretto internazionale. Come sempre l’arrivo del circo fu accompagnato da una grande pubblicità interstellare: i cannoni solari proiettavano grandi sagome e disegni animati sulla volta celeste. Nel buio siderale, bastava volgere il capo al cielo per ammirare ballerine che danzavano con leggiadria sullo sfondo della luna rosa di Miramar, oppure elefanti in carovana su una meteora, nani su comete, pagliacci su frammenti di rocce, numeri equestri sulla scia di polveri di comete. In generale gli spettacoli circensi avevano davvero bisogno di tanta enfasi, se non altro per rispolverare nei cittadini emozioni mai sopite eppure distanti dal comune sentire contemporaneo. Il Ministero della Poesia continuava da secoli a proporre il valore del circo come “educazione permanente delle menti e del cuore”, ma di fatto non faceva nulla per aiutare le famiglie circensi che ancora giravano tra le galassie, con le loro astronavi polìcrome e sgangherate. Di circhi ce n’erano davvero pochi e spesso si esibivano dinanzi ad appena qualche centinaio di spettatori. Ma il gran circo sospeso Mirra era sempre pieno, aveva la fama di unire atmosfere di tempi lontani a suggestioni di là da venire. C’era un non so che sotto quel tendone che lasciava sempre una sensazione di meraviglia impalpabile, qualcosa che rendeva il sangue più fluido e veloce, che metteva scintille sotto la pelle e soprattutto alterava gli stati di coscienza.
Si, fondamentalmente era un circo della mente, capace di aprire le stanze del ricordo senza ricorrere a droghe o impulsi elettronici e di proiettare in avanti i desideri, catalizzando il futuro verso strade di pensiero felice. All’arrivo del Mirra, mi trovavo al piano centrale della torre dei giardini elicoidali. Seduto su una comoda sedia girevole, stavo annotando nella memoria auricolare i miei prossimi impegni di direttore della Banca centrale dei Grani. Avevo assunto l’incarico da pochi giorni e mi sembrava opportuno calarmi subito nei panni di massimo garante e tesoriere dell’istituto di credito di cereali, diventati ormai più preziosi dell’oro, del denaro e dei metalli rari. Ma appena notai le manovre per la costruzione del circo, non riuscii a fare a meno di distrarmi: quelle scene mi piacevano molto, mi ricordavano l’infanzia, mi restituivano il vero significato della parola speranza. Presi un pulsar al volo e mi avvicinai al quadrilatero aereo del festoso cantiere. Guardavo, semplicemente guardavo, come solo i vecchi e i bambini sanno fare, dimentico di impegni, sgombro di pensieri gravosi. Nel giro di un’ora il montaggio era terminato. Le trombe, le arpe, gli arbusti, i sassofoni e i tamburi di pelle di squalo suonavano quella tipica marcia zingaresca e ironica diventata ormai la colonna sonora degli spettacoli circensi. Ancora pochi minuti e lo spettacolo sarebbe iniziato. Avevo nella mia borsa una manciata di semi di farro con cui pagai subito il biglietto, ansioso di assistere ad una parata di meraviglie. La tenda rossa si aprì tra applausi e schiamazzi: ne uscì per primo il presentatore, nel suo abito di lustrini luccicanti: “Signore e signori, state per assistere ad una serie di numeri mozzafiato. Spegnete le memorie esterne, concentratevi su ciò che avverrà sotto questo tendone, dimenticate i filmati del giorno e concentrate il vostro sguardo sulla pista di paglia purissima. Se alla fine del secondo tempo qualcuno dovesse rimanere scontento il rimborso è assicurato”. Come primo numero si esibì il clown Milosc, celebre in tutti i distretti per le sue storie suggerite. Dal un profondo cappello di porpora estraeva a caso delle parole che aveva precedentemente impresso su foglie di eucanto e fatto stagionare nei luoghi più impensati: tazze di latte, scogliere marine, soffitte polverose, libri ingialliti, pane raffermo, vecchi mobili odorosi di chiuso, stivali di gomma, cantine rugginose, stive di navi intergalattiche, cocci di granturco, tunnel lunari. A quel punto entrava in scena il manovratore di venti, un vecchio che sapeva pilotare le correnti d’aria con il semplice movimento delle mani. Era lui, su indirizzo del clown, a dirigere le singole foglie variamente incise sugli spettatori prescelti. Alla ricezione del lemma estratto, ciascuno sentiva nascere in cuor suo un romanzo, tanto avvincente quanto inedito. Ne veniva fuori un discorso di sorprendenti affabulazioni. Non c’era mai una vicenda uguale all’altra, mai una storia già sentita. Che fosse timido o loquace, estroverso o impacciato, lo spettatore si sentiva sempre in grado di narrare a tutti la sua trama istantanea. In lui nasceva una strana oratoria, una capacità tutta momentanea di cantare e incantare, di catturare l’attenzione con la dizione e il racconto, attraverso una voce calda e suadente. Talvolta, per fermare certi fiumi narrativi in piena, doveva intervenire il manovratore per catturare il respiro e chiudere in un pugno tutto il flusso verbale. Il cantastorie di turno si sedeva e subito un altro cominciava, come per le prove d’una orchestra. Tutto durava al massimo dieci minuti, ma al termine pareva di essersi immersi nell’ascolto di una intera biblioteca di testi mirabili. A seguire, nel buio, entrava furtivamente in scena la ballerina Yana, vestita di carta da zucchero. Lei leggeva nella mente ed i suoi movimenti erano ispirati ai pensieri di ognuno: a chi la guardava la sua appariva una danza conforme al proprio stato d’animo: per i malinconici era una danza malinconica, per gli euforici una danza euforica, passando per le infinite sfumature interiori. Quel pomeriggio io ero finalmente in pace con me stesso è lei danzò per me, tessendo un filo di serenità leggera, frangendo nubi di ricordi, inscenando caroselli inediti per le mie curiosità intellettuali. A tratti mi parve che si stesse esibendo nuda, non perché indossasse abiti succinti, né per un particolare atteggiamento. Non c’era nulla che esprimesse erotismo, eppure era possibile cogliere sotto i suoi abiti, leggere nudità. Erano nudità suggerite, evocate per assenza di schermo, per simbiosi di corpi nella distanza. Il silenzio che perdurava per tutto il tempo dell’esibizione di Yana era infranto solo dalla scrosciante ovazione finale. Il numero equestre successivo occupava la parte centrale del primo tempo dello spettacolo. Dan era l’ideatore di un connubio singolare: i cavalli ruotavano intorno alla pista cavalcati da grandi farfalle tropicali che rimanevano immobili sulla sella. Anche se si trattava delle specie di maggiori dimensioni – sopravvissute all’estinzione perché allevate negli zoo-volari- apparivano piccolissime sul dorso degli stalloni, ma non tanto da non cogliere quel poetico florilegio di colori, di disegni fantasiosi, in contrasto con i mantelli sauri, neri e bianchi dei velocissimi animali. Era veramente un matrimonio di eleganza, lepidotteri e purosangue davano vita ad una singolare forma di centauri e amazzoni d’inedita leggerezza. Il numero successivo che ho visto merita di essere raccontano, perché il “bambino magico” è davvero un’attrazione interstellare. Non si tratta di un nano, bensì anagraficamente di un bambino, i cui poteri magici non sono giocati né sulla forza né sul registro dell’impossibile. Direi che i suoi giochi di prestidigitazione sono tutti concentrati sulla leggerezza delle sparizioni e delle apparizioni che veicola. Ti mostra un cappello vuoto e dopo pochi istanti dallo stesso esce una biglia vitrea dai cento riflessi, che si tira dietro un gioco di mille anni e nello stesso tempo evoca l’ultimo videogame sopraccigliare, quello con cui hai giocato magari fino a qualche ora prima. Poi muove il guanto bianco e dalla dite esce un foglio manoscritto vergato in oro, dove ogni lettera apre le porte di miniere cerebrali: chiunque guarda questa scena entra nel pensiero aureo e gusta alcuni istanti di felicità pura, tornando come per incanto extratemporale al primo mattino del mondo, al giardino edenico di Adamo ed Eva. Mi piace molto quando il bambino magico, con quel gesto della mano, si gira lentamente su se stesso per rivolgersi a tutti gli spettatori delle tribune circolari, diffondendo l’oro invisibile dentro gli occhi di ciascuno, un oro puro e puramente spirituale, dove non c’è cupidigia alcuna e il tempo presente muore nell’anima stessa dell’infanzia che l’ha veicolato. L’infante cede poi la scena all’acrobata. Per la prima volta vidi in azione Azul, vestito di turchese, come lo avevo sempre ammirato nelle icone digitali volanti. Azul sapeva camminare sui grani di polvere e saltare dall’una all’altra particella di cenere solare come fosse stato più leggero dell’aria. Dopo ogni salto restava qualche secondo in bilico a destreggiarsi con movimenti veloci per non cadere. Come un saltimbanco che si rispetti, percorreva tutto il pulviscolo con l’agilità di un gatto. Quando arrivava alla fine del percorso gettava in aria della cipria per prolungare il cammino sospeso. La sua specialità era il funambolismo sul filo del pensiero: prendeva due spettatori ai lati opposti della pista e chiedeva ad entrambi di pensare ad uno stesso motivo, scelto di comune accordo: poteva essere il pensiero del mare, o di una gara tra colibrì da combattimento, o una canzone, non aveva alcuna importanza. Fondamentale era che due persone pensassero alla stessa cosa. Allora si formava un filo di pensiero e lui ci saliva sopra, scorgendolo nel nulla, solidificandolo nell’astrazione poetica, rubandolo alle maglie dell’invisibile. Muovendo piano un piede innanzi all’altro arrivava da un capo all’altro del filo di pensiero tra gli applausi del pubblico, consensi ritmati che non intaccavano affatto la sua concentrazione. Durante lo spettacolo giravano sempre negli spalti le “ragazze del buon ricordo” con le loro leccornie. Per me rappresentavano anche loro un numero a parte: sapevano diffondere meraviglia in profumi e sapori invitanti e chissà se è per questo motivo che il circo si chiamava “Mirra”. Nel cesto legato al collo con un nastro blu, le ragazze portavano bibite fatte con menta di balcone, frittate di erba di campo, tubetti di colori commestibili, fette di pane abbrustolite al momento con rovi di pianeti abbandonati, stuzzichini di ogni tipo, caffè filato e tanto altro ancora. Verso la fine del primo tempo entrava in scena il direttore del circo, Mr. Zenobi. Avrei dato qualsiasi cosa per indossare, anche solo per un minuto, il suo vestito: la giacca percorsa da lustrini ricamati con fibre di luce originarie del big bang, i bottoni di marmo di Carrara, le mostrine di ostie di ulivi saraceni. La camicia bianca, che si intravvedeva sotto la giacca, si diceva fosse stata tessuta a Positano da un abile ricamatrice di fotoni. Forse per questo se fissavi a lungo il suo abito finivi per incantarti, confondendo la visione, come quando si guarda un sole. Il secondo tempo si apriva con il numero degli animali. Ne sfilavano più di cento, tutti insieme. Kristof, il domatore, era come un Noè redivivo. Il suo lungo lavoro di ammaestratore consisteva essenzialmente nell’annullare il rapporto tra preda e predatore. Tigri e cervi, leoni e gazzelle, cani e gatti, scendevano in pista tutti insieme fingendo lotte improbabili per poi giocare candidamente sotto gli occhi meravigliati degli spettatori non protetti da alcuna recinzione. Più che domatore, potevi chiamarlo piuttosto il pacificatore. L’ultimo numero includeva in sé il gran finale, quello destinato a tutti: il tendone si apriva, come bucce d’un fico le strisce colorate dello chapiteau si arrotolavano e lasciavano il circo sospeso in uno scheletro nudo di listelli metallici (per gli spettatori, in quell’aereo belvedere, scattavano automaticamente le cinture di protezione). La gente di sotto alzava gli occhi al cielo, la folla che usciva dai globalmarket si fermava a guardare, i bambini delle scuole si avvicinavano alle pareti di cristallo, dai grattacieli intorno accadeva la stessa cosa. L’open circo si avviava all’apoteosi finale con una risposta entusiasta di buona parte del distretto di Solopolis. Da tutte le dimore, da ogni stanza, ciascuno manifestava il suo consenso accendendo e spegnendo le luci ad intermittenza. Di notte era meraviglioso. Più luci si accendevano e spegnevano più lo spettacolo decretava il suo trionfo che avrebbe assicurato altre repliche e quindi una permanenza più lunga nell’unica megalopoli che ancora dava ampio spazio ai circhi girovaghi. Mentre vi sto raccontando queste cose, sotto le mie palpebre scorre il film dei ricordi ed io non posso fermare le immagini perché sono in fluoromemoria, ovvero il registro più forte e resistente agli anni, ma anche il più delicato. Basterebbe uno stop per distruggere tutti i file. Ed io non voglio che tanta bellezza immagazzinata vada perduta.

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