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Cosa c’è dietro il “circo del rock”? Pochissimo circo e molto light show

I Rolling Stone nel mitico tour del 1972


Esistono analogie che associano il Circo itinerante al Rock in tournée. Sono entrambi generi di spettacolo basati su codici propri e invariabili, sono effimeri (strutture, logistica e attrezzatura tecnica devono soddisfare la pragmaticità del tour) e popolari nel senso nobile del termine, in quanto si basano su parametri immediatamente comprensibili. Probabilmente è per questo che da quarant’anni a questa parte i giornalisti usano sovente espressioni come “il baraccone del rock and roll” oppure “il tal cantante è un fenomeno da baraccone” e ancora “il grande circo del rock” per illustrare luoghi e scenografie, mezzi di spostamento, cornice sociale e organizzazione della quotidianità con cui i musicisti si trovano a che fare quando sono in giro a tenere concerti. I giornalisti le usano sia con intenzioni critiche (“quell’artista è un fenomeno da baraccone” significa che al di là dell’immagine sapientemente costruita possiede uno spessore musicale ridicolo) ma anche celebrative, come quando devono raccontare uno spettacolo rutilante, ricco di colori e di fenomenali sorprese visivo/sonore.

Nel 1968 esce il film The Rolling Stones Rock and Roll Circus

L’associazione tra i due termini prende origine da un film realizzato nel dicembre 1968 da Michael Lindsay-Hogg, The Rolling Stones Rock and Roll Circus, nel quale il già celebre complesso inglese, preceduto da alcune importanti formazioni dell’epoca, fa il suo spettacolo dentro la pista circolare del Sir Robert Fossett’s Circus. Tranne la parata iniziale sulle note della Marcia dei Gladiatori e un paio di intermezzi visivi, il Circo appare più un pretesto scenografico che non un segno formale associato alla musica. Va comunque riconosciuto che il regista, quando non doveva assecondare l’ego e la brama di visibilità dei suoi viziatissimi protagonisti, ha sparso qua e là frammenti felliniani abbastanza interessanti.

Rock and Roll Circus

Negli anni Settanta l’esplosione del rock business ha orientato artisti e produttori a concentrarsi sull’aspetto visivo dei concerti, e in questo senso progetto e regia delle luci hanno assunto un’importanza cruciale. Quarant’anni fa le prime mastodontiche tournée internazionali dei nomi di punta, se strutturate per essere ospitate nel palazzetti dello sport o negli stadi utilizzavano generalmente impianti luce basati sull’ampliamento della tradizionale postazione teatrale o da club – 2/3/4 piantane ai lati del palco con 8/12 proiettori ciascuna – a cui col tempo sono stati aggiunti una “americana” anteriore per illuminare frontalmente i musicisti e una alle loro spalle per ritagliarne i volumi nello spazio vuoto del palco, e i “seguipersona” per mettere in evidenza le movenze del frontman. Questa era l’idea di “light show” da spettacolo rock itinerante sino a metà degli anni Settanta del secolo scorso, e già possedeva un livello qualitativo a cui i grandi complessi circensi del medesimo periodo non si avvicinavano assolutamente.
Se poi tracciamo il percorso dei progetti messi in piedi dalle rockband più sensibili all’aspetto teatrale dello spettacolo non c’è proprio competizione.

David Bowie è Ziggy Stardust

In sintesi, citiamo qui i Rolling Stones che nel tour americano del 1972 avevano presentato delle innovative colonne di luce bianca, sparate da proiettori appoggiati sul fondo del palco a distanza regolare, per fare da sfondo a Mick Jagger il quale all’epoca si truccava, vestiva e muoveva in maniera da sottolineare una presunta ambiguità sessuale. L’ispirazione per il suo tipo d’immagine contaminava la tendenza glam del periodo (inaugurata in grande stile a Londra da David Bowie, l’artista che ha dato il via al rock teatrale e decadente e che fece dire a Chris Thomas, produttore dei Roxy Music, quando nel 1972 lo vide interpretare dal vivo Ziggy Stardust, una sorta di alter ego artistico, con una mise che scatenava l’entusiasmo del pubblico già dall’ingresso in scena – pantaloni attillati e scarpe da pugilato color argento, una giubba ricamata, viso dipinto con strisce rosse, un occhio blu e uno verde e i capelli arancione – “Era ridicolo, ma funzionava!”) ai lustrini, alle calzamaglie e ai tessuti elasticizzati, lucidi e coloratissimi dei costumi circensi.

Il mimo Lindsay Kemp

A questo punto sarebbe interessante ragionare sulle analogie e sui contenuti che collegano il trucco e il costume di Ziggy Stardust con quelli di Joseph Grimaldi, almeno per come li conosciamo attraverso le stampe che lo hanno immortalato, e del Clown Bianco da Antonet in poi. Su questo spunto le biografie del cantante inglese offrono succulente indicazioni.
Nella seconda metà degli anni Sessanta e nei primi Settanta del secolo scorso Bowie era amico, coinquilino a Londra e devoto allievo del mimo Lindsay Kemp, discendente di Thomas Kemp – il clown che a metà Ottocento aveva portato il personaggio grimaldiano a Parigi. E Thomas Kemp recitava indossando un costume multicolore probabilmente ispirato alle giubbe ricamate di Grimaldi, e una parrucca rosso vivo con una treccia a coda di cavallo, e rossa è l’eccentrica acconciatura di David Bowie che appare sulla copertina di Aladdin sane del 1973.

David Bowie sulla copertina di Aladdin Sane

Sempre i Rolling Stones, per il tour americano e europeo del 1975-76, avevano allestito un palco che conteneva una passerella sopraelevata, per le famose corsettine di Jagger, illuminato da un gigantesco schieramento di proiettori. Lo spettacolo terminava coi fuochi artificiali (trovata che il gruppo avrebbe in seguito mantenuto) e si avvaleva di una cartellonistica fortemente ispirata a quella circense: sagome giganti e coloratissime esposte nelle città dove si svolgeva il concerto in cui i membri del gruppo erano raffigurati con una grafica ispirata a quella con cui i circhi presentavano leoni, elefanti e maschera dell’Augusto.
Nel medesimo periodo l’impulso spettacolare più innovativo nel rock statunitense lo davano i Kiss, ai quali toccò arrivare al quarto disco, Alive! (1976), per convincere sul fatto che non erano solamente “fenomeni da baraccone”, dato che l’aspetto visivo dei loro spettacoli si sovrapponeva alla musica e si basava su costumi e truccature da sabba metropolitano, su lingue di fuoco e su effetti di luce aggressivi e stupefacenti (questa la novità che inizialmente aveva attratto il pubblico), ma che sapevano pure suonare bene un rock muscolare e squadrato.
La tendenza a spettacolarizzare visivamente il grande rock show inaugurata dagli Stones e dai Kiss non consentiva ormai di tornare al passato. Per il tour americano di Dark side of the moon (1975) i Pink Floyd avevano presentato per la prima volta un gigantesco schermo circolare alle spalle del batterista incorniciato da decine di proiettori i quali, comandati da una centralina che ne sincronizzava i movimenti, irradiavano fasci di luce in ogni direzione (utilizzato pure nel Division bell tour del 1984).

La copertina (lato b) di Live Killers dei Queen

E per lo spettacolo portato in giro nel 1978 dopo aver pubblicato il disco Jazz, i Queen avevano utilizzato per la prima volta un’imponente griglia rettangolare di fari multicolore montata su bracci meccanici che le consentivano di ruotare verticalmente sul palco e fungere sia da fondale che da soffitto di luce, immortalata nella foto di copertina di Live killers (1979) e utilizzata ancora per l’ultima tournée con Freddie Mercury nel 1986.
Nella seconda metà degli anni Settanta l’imprenditoria del circo non aveva raccolto queste indicazioni e si avvaleva di impianti luce standardizzati. A posteriori si potrebbe quasi pensare che tutto sommato l’attenzione a questo aspetto dello spettacolo non fosse considerata primaria. La riprogettazione dell’ambiente luminoso sarebbe avvenuta più in là ed avrebbe avuto un percorso abbastanza lento se paragonato alle continue sperimentazioni dei light-designer che lavorano nel rock business.
Massimo Locuratolo

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