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Come l’acqua per gli elefanti


Si preannuncia come l’evento cinematografico dell’anno (in uscita nelle sale ad aprile) il film Acqua per gli elefanti, già anticipato da un massiccio tam tam mediatico, con trailer (da quello più recente a quello uscito qualche mese fa fino alla versione italiana) e manifesti centellinati per creare attesa e curiosità.
Gli ingredienti per il successo ci sono tutti. La storia che scalda i cuori, i protagonisti (Robert Pattinson e Reese Witherspoon) che vantano milioni di fans, e un filone cinematografico che in anni lontani ha entusiasmato un pubblico vastissimo: si pensi solo a pellicole come Il più grande spettacolo del mondo, Trapezio e altre.
Circo.it seguirà con la massima attenzione il caso Water for Elephants con approfondimenti e servizi speciali. Cominciamo con un articolo di Maria Vittoria Vittori sul libro di Sara Gruen dal quale è tratto il film.

di Maria Vittoria Vittori

Si alza il sipario su questa storia, e ci troviamo già immersi  nel dramma. Due uomini mangiano un hamburger e parlano seduti al chiosco di un circo: è l’estate del 1931, profonda provincia americana; il circo è uno di quelli itineranti che attraversavano in treno tutta l’America e quei due personaggi, Jacob e Grady, mentre va in scena lo spettacolo serale stanno parlando di problemi piuttosto seri: la compagnia è in crisi, il domatore August è sull’orlo della pazzia, Jacob che ha la vocazione a complicarsi la vita si è innamorato di Marlena, la bella cavallerizza che è la moglie di August. Niente in confronto a quello che sta per succedere: l’orchestra d’improvviso attacca a suonare Stars and stripes forever e chiunque lavori in un circo sa che questa è la Marcia del Disastro. Nel serraglio gli animali sono liberi… quello che si scatena è l’inferno.
Cambio repentino di scena: un balzo temporale di settant’anni, un decorosamente triste ricovero per anziani, un novantatreenne che non vuole arrendersi ai suoi malanni perché ha ancora qualcosa da raccontare. Questo uomo è Jacob: inizia così, con un autentico coup de théâtre, quest’affascinante e avventuroso romanzo di Sara Gruen Acqua agli elefanti (Neri Pozza, pp. 364, € 17,00) che ci fa attraversare l’America nei suoi angoli più segreti e nei suoi anni più bui – quelli della Grande Depressione – in compagnia dei protagonisti del Più Strabiliante Spettacolo del Mondo dei Fratelli Benzini. La magia avviene per il tramite del lungo flash-back di Jacob che movimenta il suo domestico ma non ancora addomesticato presente nella casa di riposo con i ricordi tumultuosi di un passato che non vuole passare.
Mai nella sua vita il timido e diligente studente di veterinaria Jacob Jankowski avrebbe immaginato di saltare su un treno in corsa; ma non avrebbe mai potuto nemmeno immaginare la disgrazia che si sarebbe abbattuta su di lui: la morte improvvisa dei genitori in un incidente stradale, la perdita della casa e di ogni altro punto di riferimento.
Così compie la prima azione impulsiva della sua vita; ma quel treno in corsa attraverso la città di Ithaca non è un treno qualunque: è un intero mondo che gli si spalanca davanti. È un mondo di cui deve imparare in fretta le leggi, se vuole sopravvivere. Nel circo ci sono operai e artisti divisi da una barriera invalicabile: se gli artisti hanno comunque la certezza della paga, gli operai no. E non hanno neppure la certezza della vita perché, quando le cose vanno male, qualcuno di loro “vede rosso”: nella notte viene scaraventato dal treno in corsa. Il proprietario del “favoloso” Circo dei Fratelli Benzini è Alan Bunkel, ovvero Zio Al, inconfondibile tipo del direttore di circo in “giacca scarlatta, pantaloni da equitazione bianchi, cappello a cilindro e baffi ritorti e incerati”. Proprietario di un piccolo circo rognoso era diventato ricco comprando a due soldi i circhi in fallimento: siamo negli anni della Grande Depressione, crisi e fallimenti sono all’ordine del giorno e certo non fa eccezione il microcosmo circense. Ma sono anche gli anni del proibizionismo, e mentre gli artisti possono permettersi l’introvabile whisky di contrabbando gli operai si ammazzano con il jake, l’estratto di zenzero giamaicano che tra il 1930 e il 1931 – è cronaca –  provocò migliaia di vittime tra gli americani più poveri.
In virtù dei suoi studi di veterinaria Jacob fa presto a fare carriera e la sua occasione d’oro risiede nell’intuizione che l’elefantessa Rosie, comprata da zio Al in un impeto di megalomania e di rabbiosa invidia nei confronti del circo dei fratelli Ringling – la sua inarrivabile pietra di paragone – capisce gli ordini dati in polacco, che è la sua lingua materna. Andrebbe tutto bene, quindi, se Jacob non si innamorasse di Marlena, la fascinosa cavallerizza e acrobata moglie di August e se il suddetto August, bell’esemplare di domatore cinico e carismatico, non alternasse atteggiamenti di benevolenza e di protezione ad esplosioni di incontrollata violenza. Si capisce che ogni esibizione comporta rischi supplementari: e il momento del trionfo di Jacob che consiste nella strepitosa esibizione di Marlena a fianco di Rosie – il momento tanto atteso da Zio Al, un numero finalmente alla pari con i mitici numeri del Ringling Bros – si converte in tragedia: August, travolto dalla gelosia sentimentale e professionale, s’accanisce su Jacob, Marlena e perfino sull’elefantessa. E dei tre, sarà proprio la bella Rosie dai grandi occhi d’ambra che si colmano di lacrime alla vista del pungolo, a non aver pietà.
Non ci lascia però nella tragedia, questo bellissimo romanzo che armonizza il respiro di tanti personaggi e il fascino di tante storie in una scrittura precisa e intensa, attenta ai dettagli realistici ma anche alle magie di scena; non solo Jacob troverà la sua strada accanto a Marlena, a Rosie e agli undici cavalli sopravvissuti del circo Benzini, ma sarà salvato, in extremis, anche da quel mesto ricovero per anziani in cui consuma il suo presente. Perché esistono divinità in forma di elefante, per chi ci crede.

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