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Una “gaggia” nella tribù che viaggia

di Simonetta Purpura

La roulotte di Simonetta: l'ingresso è la tenda arancione

Erano anni che non entravo in un circo. Chi avrebbe mai detto che il giorno del mio ventitreesimo compleanno mi sarei svegliata alle spalle di uno chapiteau?
Condizionata dagli stereotipi che associano i bambini al circo e impegnata ad assistere a spettacoli comunemente considerati “realmente culturali”, mi adagiai in una situazione di estrema lontananza da questo tipo di esperienza.
Quasi per caso, successe di tornare ad assistere a uno spettacolo circense e le ore trascorse all’interno di quello chapiteau costituirono per me uno stimolo sensoriale fortissimo tale da considerare l’idea di una tesi di laurea sul circo. Una tesi che avrebbe raccontato cosa accade in questo misterioso mondo da favola.
Il mio obiettivo era viverci.
Differentemente dalla disponibilità di Davio Togni che mi promise di poter intromettermi nel loro cerchio, ma che non colsi perché si spostava in Ghana, gli altri circhi mi risposero con ripetuti rifiuti non concependo un estraneo nel loro frenetico tempo.

Lo spettacolo: la torre umana

Arrivò un giorno in cui decisi di mollare credendo che non sarei mai riuscita a trovare posto da nessuna parte, ma ne arrivò anche un altro in cui conobbi Sandy Medini. Primogenita di Loredana Bellucci e Mario Medini, Sandy è una donna dinamica, interessata e interessante, pronta al cambiamento e disponibile allo scambio di saperi.
Lei mi disse sì. Mi sorprese offrendomi l’opportunità di conoscere la sua famiglia, la sua vita e il suo amato circo, il Circo Acquatico Bellucci.
Dalla prima telefonata con Sandy cominciai a fantasticare riguardo a come sarebbe stata la mia esperienza; durante i nostri colloqui telefonici rimasi spesso perplessa dalla sensazione di una diffidenza nei miei confronti, da apertura e cordialità seguite da fretta e chiusura. Però, quella era la mia scelta.

Cristina Sangiorgi, Riccardo Massidda e Anna Viale discutono sui loro numeri

Il rito del trucco: Laurentiu Ion e Cristina Sangiorgi

Il 7 marzo partì da Milano meta San Severo. Alle 18.00 arrivai a piazza del Papa e la mattina seguente aprendo la porta della mia cameretta realizzai di essere diventata una circense per caso. Le ore trascorsero tra passeggiate, allenamenti, modifiche ai numeri, pranzi in compagnia nella propria roulotte o da chi altro si offrì di cucinare, volantinaggio per le strade, distribuzione di biglietti nelle scuole, chiacchiere, riti di preparazione dell’entrata in scena tra trucco e costumi, spettacoli e attività ad essi connesse come quelle di ristorazione e vendita dei gadget.
Oggi, come d’incanto, è trascorso del tempo da quel giorno, e mi sembra di essere a casa. Via la paura, avanti l’allegria.

Al trucco anche loro: i pellicani del circo Bellucci si preparano per lo spettacolo

Riccardo Massidda, il pirata del palo cinese, gioca col fuoco

Molti amici a me vicini avevano cercato fortemente di dissuadermi dal partecipare a questo mondo di “zingari, ladri e strana gente”, ma forse la mia determinazione mi ha premiata. Vivere al circo significa volersi bene, significa lavorare insieme per uno scopo comune e per la felicità del pubblico. Significa scambio, condivisione, risate. La vita al circo è una vita normale all’interno di una tribù che non sa star ferma, dove ciascuno lotta per costruire un pezzo di storia. Niente di strano e anormale ma, forse troppo distante dal modo di esistere di una società odierna che riesce con difficoltà a godersi il piacere di un sorriso. Il circo è anche incertezza, malumore, paura, rischio, ma soprattutto è ottimismo. Per fare questo lavoro non può mancare la capacità di fronteggiare qualsiasi situazione possa porsi; per questo è anche crescita, velocità, dinamismo.

Jarold Niemen e Monika Bellucci durante lo spettacolo

Smontaggio del circo a Piazza del Papa (San Severo)

L’accoglienza di Sandy e della sua famiglia è stata fondamentale per me, e lo è ancora di più rendermi conto che ogni mattino mi sveglio con una conoscenza aggiunta e con la forza di affrontare il mondo.
“Il nostro circo crea un forte senso di appartenenza, appartenenza a un mondo che non vuole erigere delle barriere con l’esterno ma che è forte di quello che crea giorno dopo giorno. Il valore principale è quello della famiglia e anche l’ospitalità e il relazionarsi con gli altri e con i cosiddetti “fermi” consente uno scambio fruttifero”, mi dice Loredana Bellucci.
Queste parole spiegano il sì dei Bellucci alla mia permanenza, e allo studio sul campo di un prodotto culturale a me alieno che si rivela, ancor più di quanto pensassi, “una bolla interessante da scoppiare”.
1-continua

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