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Sostegno economico pubblico: il tradimento dello Spettacolo Italiano

buccioni-home-antonioLa Repubblica ha violato il patto d’onore e legislativo contratto con lo Spettacolo italiano con la legge 163 del 1985, avvilendo, rectius mortificando, un’attività che da sempre costituisce uno dei più prestigiosi biglietti da visita dell’Italia nel mondo.
Ricordo con nostalgia e sconcerto la manifestazione organizzata dall’Agis a Roma nella meravigliosa cornice di Villa Miani a Monte Mario per celebrare quella che fu definita la “legge madre” dello spettacolo. Entusiasmo alle stelle, pubblico d’eccezione. Per noi, tra gli altri, un’Ambra Orfei splendida ventenne che in una deliziosa mise colore arancio accompagnava suo papà Nando a condividere la gioia di una meta raggiunta e, nel contempo, punto di partenza di un nuovo sviluppo di detto meraviglioso mondo. Il Governo eccezionalmente rappresentato: il presidente del Consiglio onorevole Bettino Craxi; il ministro degli Esteri e amico di sempre dello spettacolo italiano, onorevole Giulio Andreotti; il nostro ministro del Turismo e dello Spettacolo, senatore Lelio Lagorio, deus ex machina del provvedimento.

Il presidente dell’Agis Franco Bruno definì correttamente la legge da un punto di vista normativo l’alba di una nuova era, e dal punto di vista dell’intervento finanziario la “Boat of money”.
In estrema sintesi la legge prevedeva, tra l’altro:
da un punto di vista istituzionale la creazione del Consiglio Nazionale dello Spettacolo quale parlamentino di sicuri esperti e profondi conoscitori della materia;
da un punto di vista tanto finanziario quanto fiscale, l’introduzione del cosiddetto tax shelter e, in altre parole, la possibilità di esenzione dalle tasse degli utili delle imprese reinvestiti nelle attività dello spettacolo;
da un punto di vista normativo, l’esplicita previsione della successiva redazione delle cosiddette “leggi figlie” che avrebbero tempestivamente adeguato normative all’epoca peraltro ancora quasi pienamente corrispondenti alle necessità, vale a dire la legge 12 13 sul cinema, la legge 800 sulla musica, la legge 337 sui circhi e lo spettacolo viaggiante, ed avrebbero finalmente regalato alla prosa un provvedimento di rango legislativo organico;
da un punto di vista di sostegno finanziario, un congruo stanziamento iniziale destinato a crescere secondo piani triennali di sviluppo, nell’ambito del quale la quota relativa al circo e allo spettacolo viaggiante, da ripartire annualmente tra i due settori, era contenuta nella modesta aliquota dell’1,5%.

Vivemmo un operoso triennio di sviluppo ed avviammo virtuosamente i meccanismi dalla legge contemplati, consentendo a tutti gli operatori dello spettacolo e, per quello che più ci preme evidenziare, consentendo ai nostri direttori di migliorare la qualità delle produzioni, potendo operare in un contesto di tranquillità e pubblica considerazione.
Se la legge Lagorio, la legge madre dello spettacolo, fosse stata pienamente adempiuta e fino ad oggi rispettata dal suo stesso autore, la Repubblica italiana, lo spettacolo italiano non verserebbe nelle mortificanti condizioni in cui si trova ad operare e di cui da ultimo rende testimonianza la prima puntata di questo approfondimento, pubblicata ieri sulla pagina Facebook Enc: “Il declino italiano: ultimi in Europa per spesa in cultura e istruzione”.
Valga il vero: esaurito il primo triennio di applicazione, la legge è stata reiteratamente violentata da un punto di vista di sostegno pubblico, per non dilungarci sugli altri altrettanto fondamentali aspetti, non solo interrompendo il trend legislativamente contemplato ma, viceversa, arretrando in termini reali, e di molto, la stessa previsione di intervento iniziale.

Per più stagioni il mondo dello spettacolo italiano si è quasi prostituito in una poco dignitosa questua di fronte a rappresentanti governativi, con molta benevolenza da definire inadeguati, per poter continuare ad offrire alla platea mondiale Verdi, Puccini, Rossini, Donizetti, Mascagni, Leoncavallo, ma anche Respighi, Berio, Rota, Morricone; e poi Toscanini, Abbado, Muti, Giulini, ma anche Pappano e Allevi; quindi Pirandello, i De Filippo, Petrolini, ma anche Bene, Fo (premio Nobel!), Strehler, Ronconi, Proietti, e ancora, Carla Fracci, Elisabetta Terabust, Paganini, ma anche Bolle e Eleonora Abbagnato. E vieppiù Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Antonioni, Germi, Pasolini, ma anche Bertolucci, Tornatore, Sorrentino, Verdone, e, nel campo della produzione, Lombardo, i De Laurentis, Ponti, ma anche Berlusconi, Lucisano, e gli indipendenti. E per chiudere, tra gli industriali dello spettacolo viaggiante, i Pelucchi, gli Zena, i Faccio, i Ghidini, i Preziotti, i Frezzato, i Rossotto, ma anche i Vacondio, i Pareschi, i Manfredini. E tra gli industriali metalmeccanici del settore i Soli, gli Spaggiari e i Barbieri, i Pinfari, i Fabbri, ma anche i Bertazzon, i Gosetto, gli Zamperla e i Munari. E nella nostra famiglia circense i Togni, gli Orfei, i Palmiri, i Casartelli, ma anche i Bellucci, i Dell’acqua, i Martini, i Vassallo, gli Zoppis, e tra gli artisti i Larible, gli Errani e molti molti altri, senza tacere anche qui gli industriali metalmeccanici da Canobbio a Scola, da Anceschi ai giovani.

Di fronte a deliranti, direi assurdi proclami animalisti di oggi e di sempre, si affermi la verità oggi e possibilmente per molto tempo:

1) la Repubblica italiana ha mortificato e mortifica lo spettacolo italiano, nel complesso eccellenza mondiale, costringendolo da decenni ad una poco dignitosa lotta per la pura e priva di prospettive sopravvivenza annuale. Ricordo l’adesione in tal senso di Giorgio Panariello che, chiamato dall’illustre onorevole Gabriella Giammanco a porsi quale testimonial e assertore dell’infelice disegno di legge in materia di dismissione degli animali dai circhi, presentato dalla parlamentare di Bagheria della scorsa legislatura, e da me sabotato senza sconti in sede di presentazione alla stampa nelle sale della Camera dei Deputati, non poté non convenire circa la desolante realtà da me messa in luce;

2) in detta tristissima cornice il sostegno finanziario pubblico (1,5% del Fus ab initio) riservato complessivamente ai settoro del circo e dello spettacolo viaggiante, sostanzialmente da ripartire equamente, è da considerarsi senza soluzione di continuità risibile, indegno per la tradizione e la realtà effettiva dei settori e largamente al di sotto della soglia della decenza;

3) con le recenti nuove disposizioni normative in materia, l’intervento finanziario si rivela nei fatti più vicino a cartelle del Superenalotto che a una legittima fonte, peraltro complementare, di sostegno delle imprese.
E arriviamo alla medesima conclusione della riflessione dell’altro ieri: il circo, soprattuto il circo con gli animali, vive grazie al pressoché esclusivo sostegno del proprio pubblico pagante, che anche in tal senso si rivela inequivocabile testimone del radicamento popolare del fenomeno. Il circo, soprattuto il circo con gli animali, se ineluttabile è preparato e disposto anche a sopravvivere alla stessa scomparsa definitiva del Fus. Il resto per un verso è fango da rendere a chi vorrebbe vomitarcelo addosso, per l’altro è specchio, sconcertante, direi sconfortante, dell’inadeguatezza complessiva di chi norma su tutto e magari risponderebbe ad una interrogazione su Giolitti rubricandolo quale famoso gelataio romano.

Antonio Buccioni

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