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Piero Ribelli: volti e animali d’America

Piero Ribelli è un fotografo italiano che da parecchi anni vive in America. Ci siamo già occupati di lui su Circo.it ma adesso siamo riusciti ad intervistarlo e il colloquio lo si può leggere qui di seguito. Ci parla della sua passione per la fotografia e per gli animali, del suo rapporto col circo e di ciò che della pista di segatura vorrebbe immortalare. E di tanto altro ancora.

Come è iniziata la tua professione di fotografo?
Ho cominciato a fotografare a 16 anni come hobby, quando ero ancora elettricista. Nel 1985 sono venuto a New York con l’idea di reinventarmi e la fotografia è venuta naturalmente.

Una foto di Piero Ribelli contenuta in Jah Pickney, i bambini della Jamaica (tulle le immagini pubblicate sono tratte dal sito internet di Piero Ribelli)

Cos’è per te la fotografia?
E’ il mio modo di esprimere quello che ho dentro e specialmente raccontare storie. Nel mio primo libro, Jah Pickney, i bambini della Jamaica, ho riscoperto la mia infanzia in quella dei giovani che ho incontrato su quell’isola. Il secondo libro, Zoo York, an animal lover’s view of Manhattan, è stato il mio modo di esprimere quanto siano importanti gli animali nel nostro quotidiano, nel loro ambiente se selvaggi e come conforto se domestici.
Come hai fatto agli inizi a vivere facendo il fotografo in America?
Negli anni 80 ho lavorato molto come assistente a vari fotografi in still life e moda. Negli anni 90 ho cominciato a scattare per conto mio come freelance, e continuo tuttora.
Perché hai scelto gli Stati Uniti: ha giocato un ruolo il fatto di essere la terra delle grandi agenzie fotografiche e delle migliori riviste di fotografia?
Sono sempre stato affascinato dagli Usa, specialmente dalla musica e dal cinema. Il fatto che New York è un po’ il centro del mondo è più casuale che programmato, però ha aiutato nel trovare lavoro.
Cosa ci trovi di interessante nel fissare un ritratto?
Interpretare le persone è sempre stimolante, trovo particolarmente interessante quanto il momento dello scatto rimanga nella nostra memoria, condito di atmosfera, odori, sapori, persino la temperatura a volte….
Qual è stato lo spunto che ti ha fatto decidere di realizzare Zoo York? Quanto tempo ci hai lavorato?
Sono cresciuto a Padenghe sul Garda ed il rapporto che noi ragazzini avevamo con gli animali era molto “naturale” per gli standard del tempo. Pescavamo pesci, catturavamo rane e raccoglievamo i piccoli di uccelli dal nido nei boschi. Ho lavorato su Zoo York per quasi altri quattro, non a tempo pieno, of course. Constatare quanto gli animali siano importanti nel nostro quotidiano, sia selvatici che domestici, in una realtà come New York mi ha incuriosito dal mio primo avvistamento di uno scoiattolo a Central Park nel lontano 1985 e mi ha ricordato della mia infanzia. Quando poi ho deciso di diventare vegetariano il mio rapporto con gli animali è diventato più vicino a quello di Gorge Bernard Shaw che ha detto con grande efficacia: “Gli animali sono miei amici, ed io non mangio i miei amici.”
Ami gli animali? Che rapporto hai con loro?
Considero tutti gli animali come dei ‘canarini di miniera,’ quando non ci sono è un brutto segno. Amo passare i pomeriggi alla nostra casa in montagna in Pennsylvania ad ascoltare uccelli, seguire con lo sguardo le scorribande degli scoiattoli e le famiglie di daino con i loro bamby mi fanno sorridere ogni volta, non c’è niente di più rappacificante.
E’ più difficile fotografare un uomo o un animale?
Gli animali sono più difficili da fotografare perché non sono accessibili e ovviamente non seguono istruzioni ma la loro bellezza è sempre ammaliante. Le persone sono più challenging perché devi cercare di trovare l’angolo e l’espressione che più ti soddisfano e bisogna gestire le personalità più disparate.
Fa pensare la fotografia del gatto che guarda la città da dietro la finestra di un palazzo: l’animale più coccolato sembra un recluso rispetto agli altri animali “esotici” che hai fotografato. E’ questa la condizione degli animali da compagnia nelle grandi metropoli?
I gatti a New York non li fanno uscire, come siamo abituati a Roma. La realtà degli animali nella grande città è davvero un po’ da reclusi, i cani possono solo andare fuori al guinzaglio. Ironicamente il procione e il tacchino selvatico sono stati più facili da fotografare, anche se il prodotto di numerose sedute. I gatti invece per trovarli ho dovuto organizzare gli scatti con amici o conoscenti.

Gli elefanti di Ringling a Madison Square Garden

Potresti descrivere quello che nell’intervista a Il Giornale hai definito “spettacolo biblico”, cioè la colonna di animali dei circhi che attraversano Manhattan? Che sensazioni hai provato?
Ma no, non direi proprio biblico, quella è una licenza che si è preso il Lorenzetto. Gli animali del circo arrivano su treni troppo grossi per entrare a Manhattan e allora li fanno andare nel Queens, dall’altra parte del fiume. La foto degli elefanti l’ho fatta la sera in cui bloccano il traffico sulla 34ma strada per fare largo a tutti gli animali che devono andare al circo che va al Madison Squame Garden, una volta all’anno. E’ stata un’esperienza intensa perché li fanno andare di corsa e dovevo cercare di stare di fronte alla fila. E gli elefanti vanno svelti!
Hai mai fotografato il circo, la sua gente o lo spettacolo in pista in Italia o in America? Ti piacerebbe farlo?
No, mai fotografato il circo. E’ certamente un soggetto interessante, specialmente la gente che ci lavora. Non ho mai avuto occasione di viverlo da vicino. Mi piacerebbe esplorare i motivi che spingono la gente del circo a scegliere quello stile di vita ed il loro desiderio di esprimersi.
Cosa pensi del circo, ti suscita qualche emozione particolare?
Il tipo di circo che ho frequentato negli ultimi anni è quello più vicino al Cirque du Soleil e della scuola francese, quello senza animali. Mi stimola molto l’intensità e l’ambiziosità degli acrobati. Provo un certo senso di invidia per quello che riescono a fare, ispirano a spingere le proprie capacità all’estremo.
Nella nostra società ha preso piede un pensiero che tende ad escludere ogni commistione fra animali, soprattutto se esotici, e spettacolo, come se certe specie dovessero vivere lontane dall’uomo. Cosa ne pensi?
Io credo che gli animali debbano vivere nel loro ambiente naturale, non credo siano fatti per il nostro divertimento. Esporre la gente, specialmente i bambini, alla varietà di animali nel mondo è fondamentale per farci capire la complessità del nostro mondo, così come essere esposti ad una società multirazziale e a posti più o meno esotici, viaggiare insomma. Ma non credo sia necessario assoggettare animali come tigri o leoni a trattamenti per lo meno questionabili.
Puoi dirci qualcosa del libro che raccoglie le fotografie che hai scatto in giro per l’America nel corso di diversi anni, una sorta di diario di bordo che disvelerai il 4 luglio prossimo in occasione della festa dell’Independence day?
Ci vorrebbero due o tre pagine per rispondere a questa domanda. Il libro è la raccolta di 50 ritratti e 50 storie di 50 persone in 50 paesi, uno per ognuno dei 50 stati degli Usa, tutti allo stesso indirizzo, 50 Main Street. Nel mostrare queste 50 persone con qualcosa in comune, il libro vuole ricordarci quanto condividiamo nelle nostre esperienze di vita, invece di focalizzarci sulle nostre piccole differenze.
Gli otto anni che ho passato a lavorare su questo libro mi hanno fatto maturare enormemente e spero che il libro riesca a comunicare bene il mio messaggio.
Dopo aver fatto l’esperienza raccontata in 50 Main Street, non ti piacerebbe occuparti di 50 signori qualunque della classe media italiana che proprio di questi tempi non se la passa molto bene? Da dove cominceresti?
Avevo un’idea tanti anni fa simile al concetto di 50 Main Sreet, ma basata sui nostri dialetti. Credo che quello che sta succedendo in Italia sia un momento simile a quello dell’America, dove il diverso viene guardato in maniera sempre più sospettosa, rispetto agli anni Settanta quando l’ottimismo era dominante.
Tu ce l’hai fatta inseguendo un sogno, anche attraversando momenti non facili: cosa ti ha fatto andare avanti e perseguire la realizzazione del sogno anche quando questo stentava a realizzarsi?
Questa sembrerà una risposta un po’ melensa, ma direi l’affetto incondizionato della mia famiglia in Italia ed il sapere che se le cose non avessero funzionato avrei sempre potuto contare su di loro: è stato questo il fattore più importante durante i primi anni della mia esperienza. Con gli anni mi sono costruito un giro di amici un po’ tutti nella stessa mia barca e quello è diventato il mio sistema di supporto. E poi non si possono dimenticare la varietà di ragazze che ci sono a New York (sorride Piero, nda).
Quale consiglio daresti ai giovani di oggi che sono alla ricerca di un futuro e i tempi che stiamo vivendo non incoraggiano?
Non mi sento in grado di dare consigli. Ma mi sembra che al giorno d’oggi la cosa più importante sia quella di riuscire a capire quello che si ha dentro e trovare il modo di viverci.
Hai mai nostalgia dell’Italia? Hai un progetto legato alla tua professione che vorresti realizzare tornando in Italia?
La nostalgia dell’Italia non passa mai e le risate come quelle che mi faccio a cena con gli amici dell’infanzia non le trovo da nessun’altra parte. Adesso che mia moglie sta aspettando un paio di pargoletti, in arrivo tra qualche settimana, non so dove ci porterà il vento. Spero sempre di riuscire a realizzare un libro in Italia. E’ un paese stupendo e la sua gente ha dato ed ha ancora tanto da dare, mi spiace vederla dall’esterno in una situazione così difficile.
Claudio Monti

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