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Paolo Rossi gran giullare nella “Milano liberata”

Paolo Rossi con Carolina De La Calle Casanova e Marco Ripoldi (foto Andrea Chesi)

Mattatore, giullare, clown. E una vecchia conoscenza di Circo.it. Paolo Rossi, dopo il tutto esaurito al teatro Vittoria di Roma con la sua versione pop del Mistero Buffo di Dario Fo, approda al Piccolo teatro di Milano con “Povera Gente”, fino al prossimo 23 giugno. È la prima produzione della Compagnia del Teatro Popolare fondata da Rossi con la compagnia BabyGang e intende, dalle parole del suo capocomico, “recuperare i vecchi meccanismi, i lazzi, le tecniche del teatro di strada, della Commedia dell’Arte e della tradizione giullaresca, insieme alla volontà di coinvolgere sempre di più le nuove leve del teatro”.
Sin dall’ingresso in scena di Rossi/Peppon, saltimbanco anche nel testo originale, lo spettatore assiste a rapidi cambi di ritmo e registri, che scandiscono l’alternanza di sketch, dialoghi e soliloqui, canzonette e cori, finte prove della messa in scena, in pieno stile metateatrale secondo le tradizioni della Commedia dell’Arte. La fidatissima drammaturga e regista di Rossi, Carolina della Calle Casanova, qui anche in veste di attrice comica, ha riscritto il dramma corale di Carlo Bertolazzi “La povera gent” del 1893, prima parte della trilogia incompiuta “El nost Milan”. Una rappresentazione storica del testo ottocentesco al Piccolo Teatro di Milano è datata 1955. Disse Giorgio Strehler: «Un tentativo di ridare voce alla cultura e al sentimento di una città».
La rivisitazione della Casanova traspone la vicenda nella città meneghina oggi metropoli contemporanea, dove la povertà della carne è divenuta povertà dello spirito, testimonianza del “disastro culturale ed esistenziale che aleggia come le più fitte delle nebbie milanesi”.
Sullo sfondo attualizzante che riproduce la facciata del Tribunale di Milano, i personaggi si muovono in scena sotto la grande scritta “Iustitia” che incombe su di loro. Il dialetto milanese si trasforma in un linguaggio ibrido, che sfocia in un ricorrente gramelot teatrale.
Filo conduttore dello spettacolo è l’amore tra il clown Rico (Marco Ripoldi) e la figlia di Peppon, Nina, interpretata dall’istrionica Valentina Scuderi, poi contesa da Togasso (un eccellente Paolo Faroni), stravagante manager dalla probità discutibile che riuscirà a sposarla concedendo in cambio al padre un accordo d’affari.

Paolo Rossi con Marco Ripoldi (foto Andrea Chesi)

Non manca il consistente tributo al mondo del circo, incarnato prima dal personaggio di Rico, citato poi con la presenza di una scenografia circense, il tendone de “Il circo del Barbun”, ed evocato con un lungo sketch sulla figura del funambolo: un palco allestito al centro della scena dà vita ad un vero e proprio “teatro nel teatro”. Il clown cammina sul filo, che però è appoggiato sul pavimento. Gli attori/spettatori assistono alla sua traversata come se avvenisse realmente a svariati metri di altezza, dando una prova convicente del potere dell’immaginazione.
La suggestione del rischio, anche se simbolico, del mestiere circense riconduce al leitmotiv dello spettacolo, ovvero il rischio reale della perdita di tutti quei valori di solidarietà umana che vacillano in una società “sgraziatamente cosmopolita”.
Avvalendosi della forza evocativa della rappresentazione teatrale, oltre che della satira mordace di Paolo Rossi, “Povera Gente” pone un accento forte sulla funzione sociale del teatro, motore primo di una necessaria tensione che porti a riflettere sul nostro presente.
Modificare il testo in seguito ai risultati elettorali deve essere stato un lavoro non da poco, e va riconosciuto. Ma con Rossi è sottile la linea tra invettiva sociale e comizio politico. Il pubblico reagisce freddo ad alcune battute calcatamente faziose e ai suoi accenni di certo non politically correct sulla “Milano liberata”, e accoglie più calorosamente gli sketch attoriali nei quali è sempre coinvolto e chiamato in causa, complice la platea semi-circolare che avvolge il proscenio.
Un unico forte applauso a scena aperta è dedicato alla cultura, quella con la quale si mangia, quella che, come recita Rossi, “ti permette di imparare a difendere i propri diritti, e se si impara a difendere i propri diritti, qualcosa da mangiare a casa lo si porta sempre”.

Paolo Rossi e Valentina Scuderi (foto Andrea Chesi)

Saranno i manifesti della campagna elettorale per le recenti elezioni amministrative appesi ovunque, o le continue incursioni di Rossi – che non risparmia infatti le saette per l’ex sindaco, la “Mamma di Batman” – nell’attualità della vita cittadina meneghina, o forse la mezzora di spettacolo impiegata ad escogitare un esilarante piano per smontare il Duomo di Milano con tanto di guglie trasportate in metropolitana, ma questa ballata della “povera gente” somiglia in alcuni tratti ad una stravagante riunione di condominio.
L’indiscussa bravura degli interpreti, accompagnata dalle musiche originali di Emanuele Dell’Aquila e da quelle eseguite dal vivo da Francesco Arcuri, rende brioso uno spettacolo di due ore e mezza.
Durante la nostra intervista a Roma, Paolo Rossi ha sostenuto con fervore la necessità di far tornare lo spettacolo in strada, di restituire una connotazione realmente popolare all’arte teatrale. Non si può affermare che il Piccolo Teatro lo sia, ma la scelta di un palcoscenico più sperimentale come quello del Teatro Studio in via Rivoli fa quasi dimenticare il tempio della prosa milanese.
Seduta nella prima balconata accanto al quadro luci, disegnate per sfruttare sapientemente la circolarità della scena adibita ad hoc, colgo le piccole sfumature registiche, così come le piccole sbavature che inevitabilmente sporcano una “prima”, e ho la sensazione di assistere ad uno spettacolo del “teatro accanto”.
Alessandra Borella

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