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Negli spazi metropolitani è il momento dell’acrobatica

In questi tempi che stiamo vivendo ACROBAZIA è vocabolo che si riverbera in cielo, in terra e in ogni luogo. Certo, con la carestia che imperversa, l’esempio di acrobazia più tristemente alla moda si offre in quei tanti, troppi gruppi familiari in cui diventa sempre più difficile conciliare il pranzo con la cena. Ma per fortuna il vocabolo si sta espandendo nel mondo anche in circostanze più liete. Val la pena di recuperare sul Corriere della Sera di oggi, 11 maggio 2013, un articolo di Stefano Landi intitolato “Il mondo unito dalle acrobazie fra i palazzi”. Ecco l’inizio.

I funamboli metropolitani

Il Jump London

“Abdullah nuota nell’aria del campo profughi Khan Younis, zona sud della Striscia di Gaza. Intorno piovono pietre, più spesso bombe. Insieme a Muhammed ha trasformato quel tessuto urbano in campo gioco dove le barriere diventano risorsa per allenarsi a cielo aperto. Al cimitero, tra le rovine delle case e le scuole aperte dall’ONU. I ragazzi hanno aperto gli occhi una sera. Su Al Jazeera invece delle solite immagini di guerra andava in scena un documentario intitolato “Jump London”. Oggi Londra è la capitale del parkour, grazie a un movimento che sta conquistando quartieri interi a partire da Notting Hill. Una volta era il naturale adattamento all’ambiente circostante, ora grazie a una nuova dialettica con gli urbanisti non è più una bestemmia chiedere di sviluppare aree che vengano incontro alle esigenze dei funamboli metropolitani. Succede soprattutto nel Nord, in paesi come la Danimarca dove il regista Kaspar Astrup Schroder ha girato a Copenhagen ‘My Playground’, un capolavoro sulla relazione tra parkour e spazi urbani e dove è nato il primo parco al mondo dedicato al parkour. Per girarlo, il regista danese insieme all’architetto Bjarke Ingels, ha passato un lungo periodo a Shangaj per studiare modi alternativi di concepire il movimento nello spazio metropolitano”.
Ripeto: “Studiare modi alternativi di concepire il movimento nello spazio metropolitano”. Non è certo argomento a cui il circo italiano possa definirsi estraneo, ma è addirittura mia convinzione che di questo tema potrebbe impossessarsi addirittura con il ruolo del protagonista. Lo chapiteau che gira da un luogo all’altro per testimoniare che non si estingue e mai si estinguerà lo spettacolo che dal viaggiare attinge sempre nuovi stimoli di creatività è il punto fermo di quest’arte. Ma operare su questo punto fermo anche con nuovi scatti di fantasia e creatività nel riproporre se stessi ad autorità comunali piccole e grandi spesso accomunate da pigrizia mentale, quando non addirittura di pregiudizio verso lo spettacolo viaggiante, non potrebbe dare occasione a una svolta anche nei rapporti con certe frigidità burocratiche? Lo so che è più facile esporre il concetto in queste note che non realizzarlo lungo il percorso, spesso ricco di imprevisti, degli artisti che spendono la vita in sintonia con l’essere oggi qui e domani là. Ma forse, imporre nuova autorevolezza alla pur decantata arte dell’acrobazia anche con ricerche di nuova suggestione potrebbe essere esito da pianificare per un futuro non troppo lontano.
Ruggero Leonardi

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