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Ma come fa la Lav ad essere una onlus?

La legge parla chiaro. Possono dirsi onlus quelle associazioni che perseguono finalità di solidarietà sociale. E le associazioni animaliste hanno questa finalità? L’interrogativo l’ha sollevato il senatore Valerio Carrara (Pdl), al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, lo scorso 4 marzo.
“L’articolo 10 del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460, «Riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale», stabilisce i requisiti che organismi come le associazioni, comitati, fondazioni, società cooperative ed altri enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica, devono possedere affinché possano essere definite «organizzazioni non lucrative di utilità sociale» (Onlus)”, scrive Carrara nella sua interrogazione al primo ministro. E la Lav, ad esempio, è una di queste.

Ma quale solidarietà sociale?
Riconosciuta ente morale con decreto ministeriale 19.5.1998 e onlus-organizzazione non lucrativa di utilità sociale. E vediamo anche quali sono i settori di attività contemplate per le onlus in base al decreto 460: assistenza sociale e socio-sanitaria; assistenza sanitaria; beneficenza; istruzione; formazione; sport dilettantistico; tutela, promozione e valorizzazione delle cose d’interesse artistico e storico di cui alla legge 1° giugno 1939, n. 1089 , ivi comprese le biblioteche e i beni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 settembre 1963, n.1409; tutela e valorizzazione della natura e dell’ambiente, con esclusione dell’attività, esercitata abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi di cui all’articolo 7 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22; promozione della cultura e dell’arte; tutela dei diritti civili; ricerca scientifica di particolare interesse sociale svolta direttamente da fondazioni ovvero da esse affidata ad università, enti di ricerca ed altre fondazioni che la svolgono direttamente, in ambiti e secondo modalità da definire con apposito regolamento governativo emanato ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400″. Fine. E cosa c’entra la “protezione degli animali” con tutto questo?
Non solo. Il senatore sostiene “che molte associazioni animaliste, in virtù del riconoscimento della qualità di onlus, partecipano a tavoli e commissioni che elaborano provvedimenti tesi a normare i comportamenti della società civile e collaborano, in diverse sedi e in diversi modi, con le istituzioni”.

Contro la vivisezione
La Lav in particolare – prosegue – in tema di vivisezione, “ha pubblicato sul proprio sito Internet l’invito a scrivere ai parlamentari europei affinché, in qualità di rappresentante italiano in Europa, supporti «la volontà dei cittadini italiani ed europei dichiaratisi contrari alla sperimentazione animale e di non cedere ai falsi allarmismi delle potenti industrie coinvolte nei test, industrie che professano una riduzione della ricerca in favore di quella estera, nel caso venga aumentata la protezione degli animali utilizzati a fini scientifici». Ha fatto le barricate, insomma.

Contro le pellicce
Ma non solo su questo argomento. “A proposito di pellicce, un capo che possiedono almeno 6 milioni e mezzo di donne italiane e che proviene da un comparto che, tra produttori, commercianti, laboratori e strutture di vendita, dà lavoro a decine di migliaia di italiani”, dice ancora Carrara, la Lega anti vivisezione va ugualmente alla carica con toni da crociata. Ha “chiesto la chiusura di 50 allevamenti italiani” e di “non acquistare o indossare capi di abbigliamento e accessori derivati da pelle e pelliccia (vestiario, borse, scarpe, cinture, portafogli, cinturini per orologi)”.

Contro un milione di cacciatori
Un’altra delle fatwe lanciate da Lav e animalisti vari riguarda i cacciatori, cioè “circa un milione di cittadini italiani che, ogni anno, versano allo Stato un contributo di oltre 200 euro ciascuno per avere il permesso di esercitare la propria passione, che prestano opera di volontariato per numerose amministrazioni e alimentano un indotto fatto di produttori e distributori di armi, attrezzature, accessori, turismo, eccetera”. Anche verso di loro la Lav non è tenera.

Contro allevatori e negozi di animali esotici
Lo stesso dicasi per gli animali esotici “che interessano l’attività di almeno 4.000 negozi, quasi tutti a conduzione familiare, di un numero elevatissimo di allevatori e di appassionati, oltre a tutte le attività connesse ai prodotti secondari”. Ebbene, la Lav invita a “non acquistare animali esotici né in negozio né da allevatori» e a «non consumare e non comprare alimenti derivati da animali o da animali esotici».

Contro gli allevatori della filiera del latte
Sull’allevamento, poi, che in Italia dà lavoro a circa un milione di persone, sono pubblicate sul sito della Lav le seguenti affermazioni: «La fase propriamente agricola degli allevamenti intensivi ha un peso economico limitato»; «La filiera produttiva del latte è un sistema di sfruttamento perfezionato con l’ausilio delle tecnologie e della genetica»; «Il latte è prodotto di una catena di sofferenza»; «ripensa la tua alimentazione e opta per una scelta vegetariana: salverai la vita direttamente a molti animali ogni anno».

Contro circhi, zoo, pali
Il sito non risparmia neppure il circo, lo zoo, e il Palio di Siena, incentivando il lettore a non assistere agli spettacoli. E questi sarebbero gli obiettivi di “solidarietà sociale” perseguiti dalla Onlus Lav, riconosciuta dallo Stato? Ma mi faccia il piacere, direbbe il grande Totò.
Da qui la conclusione del senatore Carrara: “La società è un insieme di individui che condividono fini e comportamenti e si relazionano congiuntamente per costituire un gruppo o una comunità umana. A mio parere l’operato e gli obiettivi delle associazioni animaliste non possono essere considerati esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale”.
Attenzione. C’è un altro tassello per completare il quadro. L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 81 del 17 giugno 2005, ha precisato che «l’attività svolta dalle associazioni dei consumatori», che difendono soggetti umani, facenti parte della società, «pur costituendo un’attività socialmente rilevante, non è riconducibile nei settori individuati dall’articolo 10 del decreto legislativo n. 460 del 1997, né la stessa attività sembra preordinata, di norma, ad arrecare benefici ai soggetti svantaggiati di cui al secondo comma, lettere a) e b), del medesimo articolo 10»; ovvero, i consumatori, nella loro globalità, non sono soggetti svantaggiati, ma lo sono solo alcuni di loro. Non possono dunque essere destinatari di attività solidaristica tutti i consumatori, se ben esseri umani facenti parte della società, ma solo alcuni di loro: quelli svantaggiati”.
Si parla, insomma, solo di categorie di soggetti in condizioni di obiettivo disagio, connesso a situazioni psicofisiche particolarmente invalidanti, a situazioni di devianza, di degrado o grave disagio economico-familiare o di emarginazione sociale».
Infine c’è il Trattato di Lisbona (ratificato dall’Italia con la legge n. 130 del 2 agosto 2008) il quale stabilisce che: «Nella formulazione e nell’attuazione delle politiche dell’Unione nei settori dell’agricoltura, della pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e sviluppo tecnologico e dello spazio, l’Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti, rispettando nel contempo le disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli Stati membri per quanto riguarda, in particolare, i riti religiosi, le tradizioni culturali e il patrimonio regionale». Questo Trattato, però, “riconosce agli animali di «sentire», ma non di essere parificati agli esseri umani, visto che sancisce il rispetto delle disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli Stati membri per quanto riguarda, in particolare, i riti religiosi, le tradizioni culturali e il patrimonio regionale”.

E intanto Lav & C. godono di un regime fiscale agevolato
Onlus come la Lav ed altre associazioni animaliste, “oltre a godere di un regime fiscale agevolato, sono destinatarie delle somme recuperate con le sanzioni pecuniarie previste dall’applicazione degli articoli 3, 7 e 8 della legge 20 luglio 2004, n. 189, recante «Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate».
Un bel business, dunque. E il senatore Carrara vuole vederci chiaro: l’attività di protezione degli animali e l’affermazione dei loro diritti è riconducibile a ciò che prevede il decreto legislativo n. 460 del 1997? Gli animali possano essere considerati destinatari di attività solidaristica considerato che i consumatori, nella loro globalità, non lo sono? L’attività delle associazioni animaliste è in armonia con l’articolo 13 del Trattato di Lisbona?

Claudio Monti

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