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La legge del dritto e il diritto del gaggio

di Antonio Buccioni

Il presidente Enc, Antonio Buccioni

Il presidente Enc, Antonio Buccioni

Non voglio minimamente entrare nel merito della sentenza recentemente emessa su istanza di David Roscoe Orfei che in quanto tale va non solo formalmente rispettata. Da laureato con lode in giurisprudenza e da conoscitore ormai profondo del mondo, due cose mi sono assolutamente ovvie.
La prima, che giustizia e diritto sono termini che auspicabilmente dovrebbero coincidere, ma talvolta risultano uno agli antipodi dell’altro sul piano dei fatti concreti. La seconda, che la cultura nordamericana, quindi non quella corporativa di impronta fascista, ma piuttosto quella neocorporativa che affonda le radici sostanzialmente nel modello statunitense e canadese, afferma il valore dell’autoregolamentazione. E guardando ai più luminosi modelli italiani, ricordo con una vena di nostalgia quanto Giiulio Andreotti sostenesse la tesi che le regole, le leggi, le debbano scrivere in buona sostanza le categorie, a loro migliore e più lodevole uso e consumo.
Tutto ciò mi consente di dire che ci troviamo, fra i tanti bivi, anche davanti ad una possibilità di questo genere: possiamo trovarci di fronte ad una situazione in cui la normativa statale ufficiale disciplini per filo e per segno l’attività della nostra categoria, perfino nelle implicazioni di concessione delle varie piazze, e di conseguenza discplini, in una parola, anche la concorrenzialità.
Nel breve periodo ciò potrebbe anche portare a delle soluzioni, ma personalmente nutro delle perplessità nel ritenere che, alla lunga – e pur sapendo che come presidente di associazione il mio lavoro sarebbe enormemente alleggerito – tale regolamentazione della concorrenzialità possa essere risolutiva. Ritengo invece che, più verosimilmente, potrebbe portare nuove problematiche, in quanto risulta difficile al cosiddetto gaggio, anche in quanto normatore, comprendere fino in fondo le dinamiche che sovrintendono ad una attività così particolare come quella circense.
D’altronde la cosiddetta legge del dritto necessita, da parte dei dritti stessi, di uno spiccato e profondo adeguamento ai tempi e questa ritengo sia la strada migliore che dobbiamo percorrere, pur confrontandoci e scontrandoci, per arrivare a una nuova e virtuosa definizione dei rapporti interni.
In altre parole il diritto speciale, quello che io chiamo “legge del dritto”, non è a mio modesto parere qualcosa da archiviare o, peggio ancora, da collocare nella archeologia della nostra civiltà giuridica, è però qualcosa da adeguare profondamente ai tempi perché possa generare un nuovo patto intercategoriale o comunque interassociativo sul quale poter fondare le regole di coesistenza e concorrenzialità in maniera da non doverci ritornare sopra ogni settimana e dandoci quindi la possibilità di concentrarci sulle battaglie che ci vedono complessivamente come categoria circense contrapposti al mondo.
Termino con una incursione di carnevale sulla problematica nota dell’uso improprio di nomi celebri, in particolare del marchio Orfei, dando seguito anche ad una corrispondenza privata che ho intrattenuto in questo fine settimana con Gioia Orfei.
Ribadisco un concetto già espresso più volte: la condizione preliminare perché si possa se non altro adeguatamente migliorare la situazione attuale, è che tutti i membri di questa dinastia che hanno signficato qualcosa di reale, serio, importante e non episodico nella storia dello spettacolo e in particolare del circo italiano, condividano un percorso da seguire, anche a livello – facendo riferimento alla normativa nordamericana – di condivisione di un loro documento ufficiale di partenza. Tutto il resto, e alcuni sviluppi positivi possono intervenire, non può essere altro che la conseguenza del perseguimento di questo prioritario risultato: è del tutto ovvio che se io fossi un signore che di cognome si chiama Maradona, o anche un cugino più o meno lontano di Diego Armando, ma magari una emerita schiappa nel gioco del calcio o perfino un portatore di handicap, mutilato delle gambe, e aprissi una scuola calcio chiamata Maradona, perpetrerei indiscutibilmente sul piano della morale, e sul piano del diritto quasi allo stesso modo, un reato di truffa.

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