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La difesa del circo con animali è una battaglia di democrazia: intervista a Stéphanie di Monaco

La Principessa parla a tutto campo del circo: l’amore trasmessole dal padre, le esperienze personali, il Festival di Monte Carlo, l’eccellenza delle famiglie italiane e la situazione attuale nel mondo, senza lesinare proposte per migliorare questa forma d’arte, sia nella sua espressione classica che in quella contemporanea. Mantenendo però salda una convinzione: il circo tradizionale, quello con gli animali, è un valore culturale europeo che va difeso e per il quale bisogna battersi. Perché in gioco c’è un valore che va ben al di là della difesa del circo: “è un diritto sacrosanto di ciascuno andare a vedere gli spettacoli che preferisce. Non esiste che una minoranza di persone tenti di imporre il proprio modo di pensare. Non è democratico in un Paese civile. C’è una grande maggioranza di persone a cui piace andare a vedere il circo con gli animali, e nessuno può e deve impedirglielo”.

di Roberto Bianchin e Alessandro Serena

Si ringrazia l’ufficio stampa del Principato di Monaco per le fotografie di questo servizio (© – Festival International du Cirque de Monte-Carlo)

“Il circo deve alzare la testa”. La Principessa Stéphanie di Monaco stende le braccia e appoggia le mani aperte, mani affusolate, senza anelli, sulla scrivania di noce scuro ingombra di libri, di carte e documenti. “Non può rimanere fermo e seduto. Deve evolvere, migliorare. E rinnovarsi restando sé stesso, con tutti i suoi animali. Deve puntare sulla qualità, e trovare il coraggio di osare”. Il suo sguardo é una lama sottile.
Pesa con cura le parole – qualità, innovazione, coraggio – sottolineandole con il tono della voce, Sua Altezza Serenissima, Presidente del Comitato Organizzatore del Festival Internazionale del Circo di Monte Carlo, il più importante del mondo, arrivato alla quarantatreesima edizione. Anche nel suo ufficio a Palazzo, sulla Rocca del Principato, una stanza sobria ed accogliente, una candela profumata sempre accesa, tutto parla di circo: due manifesti storici degli elefanti del Barnum alle spalle, sulla parete di fronte quadri di leoni, ancora elefanti, un suo ritratto da ragazza, il suo Clown d’Oro, la statuetta di un pagliaccio con dei palloncini colorati in mano. Una foto con il fratello Alberto.

Il circo ha compiuto duecento e cinquant’anni. Una bella età. Ed è sopravvissuto a tutto: all’arrivo del teatro, del cinema, della televisione, di internet. Altezza, qual è il segreto della sua longevità?
“Il circo, la forza ce l’ha dentro. Perché è il solo posto in cui non è possibile mentire. Ogni sera devi mostrare quello che sai fare davvero, prendendoti a volte anche dei rischi. Il circo è professionalità, fatica, sudore. È verità. Ma soprattutto è generosità: la generosità della gente del circo che dona sé stessa agli altri per regalare dei sogni. Credo sia proprio questa generosità da condividere con gli altri a far andare avanti il circo”.

C’è come un lampo nei suoi occhi di mare profondo. Porta i capelli tirati indietro, jeans, un maglioncino turchese, il trucco appena accennato. “Bisogna conoscerla, la gente del circo. Vedere il loro lavoro dietro le quinte, i loro sforzi, i sacrifici. Entrare nelle loro vite, nei loro
problemi. E meravigliarsi di come tutto questo scompaia, come per magia, quando entrano in pista. Sono capaci di lavorare anche quando sono malati, ho visto artisti esibirsi con quaranta di febbre per continuare a regalare al pubblico qualche istante di felicità. Questa generosità, insieme alla solidarietà fra gli artisti, è la vera forza del circo. Quella che gli ha permesso di vivere tutti questi anni, e che gli consente anche di mettersi in discussione. Per poi progredire e guardare sempre avanti”.

Il mondo è molto cambiato, ma il circo viaggia ancora con i suoi carri, i suoi tendoni, le sue gabbie, come una volta. Si può considerarlo uno spettacolo ancora attuale?
“Il circo è capace di vivere il suo tempo. Perché i numeri tradizionali vengono rivisitati dall’immaginazione degli artisti e le coreografie, le luci, e i costumi cambiano, si rinnovano. E questo è magico. Del resto, se pensiamo al teatro, all’opera, al balletto, vediamo che ci troviamo spesso di fronte a testi scritti duecento anni fa, ma che oggi vengono presentati in maniera nuova e differente, restando ugualmente belli. Dunque si tratta di spettacoli che possono vivere a lungo. Sì, penso che il circo sia ancora uno spettacolo molto attuale, anche perché ci permette di allontanarci da un’attualità non sempre piacevole, e di prenderci una pausa dagli affanni della vita. Inoltre ti regala un sorriso che ti fa stare bene: se guardi le persone che escono da uno spettacolo di circo, vedi che sono più contente di quando erano entrate”.

Uno spettacolo da difendere?
“È qualcosa per cui vale la pena di battersi. Lottare. Sì, lottare, lottare per difendere e salvaguardare il circo così com’è. Stiamo parlando di una tradizione che rappresenta, anche rispetto a un mondo ormai troppo virtuale, un importante valore culturale europeo. Il circo è uno spettacolo unico, il più bello del mondo, uno spettacolo familiare in cui, diversamente da altri, tutti si possono ritrovare, dai bisnonni ai nipotini, e sia gli uni che gli altri lo possono apprezzare. Tutti guardano il circo con gli stessi occhi, la stessa fascinazione, lo stesso sogno che per un paio d’ore ti porta via e fa dimenticare i problemi. Questo è magico, perché solo il circo è in grado di compiere questo miracolo”.

Qual è il circo dei suoi sogni?
“Quello tradizionale. Con tutto quello che serve per essere chiamato circo. Animali compresi. Anche se ci sono alcuni aspetti su cui, almeno personalmente, non sono affatto d’accordo”.

Quali?
“Riguardo alla presentazione degli animali, per esempio. Credo vi siano delle situazioni, anche se sono tradizionali, che sono superate e non debbano più essere portate in scena. Si tratta, in questi casi, di tradizioni da non mantenere. Cose che al giorno d’oggi non ci si può più permettere di fare. Come mostrare animali sapienti, vestirli con abiti ridicoli, mettere il gonnellino agli scimpanzé, far loro eseguire degli esercizi che li umiliano e li mettono alla berlina. Ci vuole rispetto. Il circo deve cambiare riguardo a situazioni come queste, che sarebbe deleterio riproporre. Molti addestratori di cavalli non mettono più le piume in testa agli animali, hanno capito che questo è superato, appartiene al passato. Penso poi al circo cinese, che si è molto evoluto in questi ultimi anni, e non certo solo a livello di costumi. Ma penso anche all’introduzione delle longe, che una volta non esistevano, e che hanno evitato molti incidenti. Bisogna fare in modo che lo spettacolo sia sempre meno stressante per gli artisti, e che non sia fastidioso per nessuno”.

Il nouveau cirque ha cambiato molto. Anche il suo Festival ha aperto le porte ad alcune espressioni del circo contemporaneo.
“Fino a un certo punto”.

Qui la Principessa è perentoria.
“Non sono d’accordo su certi aspetti del circo contemporaneo”.

Cosa non le piace?
“Che utilizzino il nome circo per avere un po’ di notorietà. E che siano così ostili e contrari al circo tradizionale. Salvo poi prendere gli artisti del circo tradizionale per i loro spettacoli. Poi non mi piacciono, in generale, i loro costumi: sono spesso lugubri e cupi, più adatti ad un allenamento in palestra che ad uno spettacolo. È solo una questione estetica, mi rendo conto, ma per me è importante, perché a volte oscura il dato tecnico del numero. È anche una questione di rispetto per il pubblico, penso che in scena bisogna sempre presentarsi con una tenuta adeguata. Non è rinunciando agli strass e alle paillettes che si diventa migliori. Ci dev’essere una giusta via di mezzo, un punto di equilibrio. Basta una bella camicia”.

Cosa le piace invece?
“L’impatto molto forte di alcuni numeri. La planche coreana, per esempio. Poi qualche idea, qualche coreografia, le musiche moderne, lo spazio dato ad alcuni giovani artisti”.

Quando suo padre, il Principe Ranieri, creò il Festival del Circo, disse che lo faceva perché voleva attirare l’attenzione su un mondo che stava perdendo di prestigio, rispetto e credibilità. Qual è la situazione oggi?
“Non sta certo a me dire quale peso abbia avuto il Festival in questi anni”.

La Principessa ha un attimo di esitazione, come volesse cercare le parole giuste.
“Comunque, mi sembra che si siano smarrite delle motivazioni, anche in conseguenza della battaglia contro gli animalisti. Abbiamo perso un po’ di determinazione, di coraggio e di speranza. Ma abbiamo guadagnato enormemente in prestigio, innovazione, e qualità degli spettacoli. Vedo ancora spettacoli di grande qualità in giro per il mondo, e artisti che fanno molta attenzione a presentare numeri sempre migliori. Credo che le nuove generazioni potranno rilanciare il circo con una nuova energia, come avevano fatto all’inizio i loro nonni e i loro bisnonni”.

Sarà la qualità degli spettacoli a fare la differenza?
“Certamente. La qualità sarà determinante, sia per il circo tradizionale che per quello contemporaneo. Perché sarà solo con la qualità che si potranno rivisitare le discipline classiche del circo di tradizione. Penso a certi numeri molto antichi che non si vedevano più da tempo, e che oggi giovani artisti riprendono e attualizzano, con musiche e costumi molto moderni. L’ho visto al Festival New Generation, dove sono sempre di più i giovani che osano presentare dei vecchi numeri che in vita loro non avevano mai visto: acrobati tenuti per i capelli, mano a mano, volteggi alle pertiche. Tutto questo è molto bene. Perché non bisogna mai sedersi sugli allori. Non basta più dire: boh, io so fare questo, e continuo a fare questo, solo questo, perché questo funziona, e basta,
il resto non mi interessa. No. Bisogna osare. Osare! Dobbiamo utilizzare il patrimonio che c’è, quello che è stato fatto, e avere il coraggio di osare di ripresentarlo, rivisitato in base alla propria personalità e alla propria epoca”.

Alcune associazioni animaliste chiedono leggi per vietare l’impiego degli animali nel circo. Qual è la sua opinione?
“Ciascuno ha il diritto di avere la propria opinione, e vanno rispettate le opinioni di tutti. Del resto, non sarebbe normale,
e nemmeno giusto, che la pensassimo tutti allo stesso modo. Ma nessuno ha il diritto di imporre la propria opinione agli altri. Allo stesso modo, è un diritto sacrosanto di ciascuno andare a vedere gli spettacoli che preferisce. Non esiste che una minoranza di persone tenti di imporre il proprio modo di pensare. Non è democratico in un Paese civile. C’è una grande maggioranza di persone a cui piace andare a vedere il circo con gli animali, e nessuno può e deve impedirglielo. Purtroppo invece vengono spesso ascoltate di
più, anche su internet, le voci di protesta, che spesso sono false e offensive e rasentano il fanatismo. Siamo arrivati al punto che la televisione tedesca ci ha chiesto di montare il filmato del Festival senza i numeri con gli animali. Eh no! Ci siamo rifiutati. Ciascuno a casa ha il suo telecomando e se non vuole vedere gli animali al circo può cambiare canale. Ma non può impedirlo a tutti quelli che invece li vogliono vedere”.

Dicono che gli animali al circo stanno male.
“Non sanno nulla. Gli animali vengono sterminati dai bracconieri nelle foreste e gli animalisti non se ne occupano. Nel circo sono artisti a tutti gli effetti, fanno parte della troupe, e sono trattati con il rispetto dovuto a tutti gli artisti. Sono amati, trattati bene, nutriti e curati. Al circo tutto è controllato. E poi agli animali piace lavorare, sono contenti quando vanno in pista. Per non parlare dei loro educatori. Sono persone meravigliose, che dedicano la loro vita agli animali. Lavorare con loro comporta molti sacrifici, perché vivi per gli animali, perché trascorri con loro ventiquattr’ore su ventiquattro, perché non puoi mai permetterti un giorno di ferie, e alle sette del mattino sei già in piedi accanto a loro, mentre gli altri artisti sono ancora in caravan che dormono. Questa si chiama educazione: è solo così che puoi ottenere dei risultati”.

Come deve reagire il mondo del circo?
“Nel modo giusto. Facendo bene il proprio mestiere. Fianco a fianco e mano nella mano. Superando polemiche, egoismi e rivalità. Ben sapendo che non sono quelli che stanno a protestare davanti agli chapiteau ad avere ragione. Ed aprendo le porte dei circhi, per far vedere alla gente come stanno davvero le cose. La prima risposta da dare è quella dell’educazione. Dobbiamo fare tutti gli sforzi possibili per far conoscere la realtà, affinché la gente, assistendo alle prove, si renda conto da sola delle condizioni di vita degli animali nel circo, dei modi in cui vengono educati, allevati, curati, degli spazi in cui vivono, mangiano, giocano, dei mezzi
di trasporto usati negli spostamenti e quant’altro. Proprio per far conoscere questi aspetti sull’educazione degli animali facciamo al Festival le giornate porte aperte. Sono sempre affollatissime”.

Suo padre una volta cancellò dal Festival un numero di animali, che pure aveva ingaggiato, perché aveva visto che non erano trattati bene.
“È stato il primo animalista, prima ancora che si sapesse dell’esistenza degli animalisti. Qui al Festival abbiamo sempre preteso condizioni molto severe sul trattamento degli animali”.

Che circo sarebbe senza animali?
“Senza animali il circo chiude”.

Lei ha ereditato da suo padre la passione per il circo, come sua figlia Pauline l’ha ereditata da lei. Quali sono i primi spettacoli che ha visto?
“Oh, ero molto piccola…” sospira, come andasse in cerca di un ricordo. “Quando arrivava un circo nei dintorni, mio padre mi portava sempre, e io non volevo mai tornare a casa… Volevo che mi lasciasse al circo e venisse a prendermi più tardi”, sorride. “I primi circhi che ho visto sono stati quelli di Jean Richard, Amar e di sicuro Moira Orfei”.

La passione per il circo è come una malattia…
“La malattia più bella del mondo”.

È mai guarita?
“Mai. La passione è sempre la stessa. Anzi è cresciuta e continua ancora a crescere. Ho conosciuto e frequentato molte famiglie di circo e per due anni ho anche vissuto in un circo, al Knie. Emilien Bouglione, per fare un esempio, era molto amico di mio papà, e Joseph è come se fosse mio cugino. Con molti artisti, come Geraldine Knie, si può dire che siamo cresciuti assieme. È come se fossimo parenti, e ogni volta che ci si ritrova è come se non ci fossimo mai lasciati. Quello che mi piace è il sentimento di sentirsi davvero una famiglia. Per me è un grande onore sentirmi dire dalla gente del circo che appartengo alla grande famiglia del circo. È qualcosa che mi tocca profondamente”.

Fuori dal Festival, va ancora al circo?
“Certamente! Ne vedo molti, e sono amica di molti. Non solo in Francia, sono stata anche al Festival di Mosca. Recentemente sono stata dai Gruss e al Cirque Piedon, un vero circo di famiglia che fa uno spettacolo geniale che mi ha divertita molto. È fantastico, lo adoro”.

Paulina, Stephanie e Alberto di Monaco

Al Festival abbiamo notato che lei si occupa di tutti gli aspetti dell’organizzazione. Non è usuale per una Principessa…
“Lo faccio perché mi piace, non certo per il mio ruolo. E perché voglio che tutto sia perfetto. Per-fet-to! Sia per rispetto verso gli artisti, perché desidero che il loro lavoro venga valorizzato il più possibile, sia perché il pubblico possa godere appieno dello spettacolo. Ciò nonostante c’è sempre qualcuno che mugugna, che non è contento, che dice che lo spettacolo è troppo lungo… Ma insomma! Non si rendono conto di cosa voglia dire allestire uno show del genere, di quanto lavoro ci sia dietro: abbiamo solo quattro giorni di tempo per montare due spettacoli diversi con ventotto numeri in pista, quindi un giorno e mezzo di prove per ciascun spettacolo, con gente che non ha mai lavorato assieme, le luci e le musiche da fare, e preparare tutto il resto… Da far girar la testa. Poi succede normalmente che al debutto va tutto bene, grazie a mio papà là in alto che mi protegge. Quando gli altri circhi hanno almeno tre settimane di tempo per preparare uno spettacolo, e poi magari in pista hanno dei problemi. Cosa che da noi, per fortuna, avviene raramente”.

Si occupa anche della scelta degli artisti? Con quali criteri?
“Me ne occupo personalmente, e alla base c’è sempre un criterio di qualità. Conta il livello, la difficoltà tecnica, la presentazione, la musica, i costumi, i modi di realizzazione di un’idea. Tante cose assieme. E conta anche che questi numeri arricchiscano lo spettacolo portando qualcosa di nuovo. Non possiamo limitarci a presentare solo una sequenza di numeri. Ci vuole una logica nello spettacolo: dobbiamo variare i generi alternandoli e dosandoli bene, dando un ritmo e un senso al tutto, in modo che lo spettacolo risulti piacevole da vedere. Puntiamo molto sulla novità e sull’originalità dei numeri, e anche sull’esclusività, cercando di presentare numeri che non sono ancora arrivati in Europa. Ci sono molti artisti, in varie parti del mondo, che preparano dei numeri appositamente per il Festival, perché è molto importante per la loro carriera”.

Intorno al Festival lei ha dato vita a molte iniziative: la Giornata mondiale del circo, l’European Circus Association, la Fédération mondiale du cirque, l’Associazione Baby & Népal. Quali gli obiettivi?
Que vive le cirque! Perché il circo viva. E che continui a vivere e non a sopravvivere. Che utilizzi tutte le forze e le armi disponibili per potersi difendere e continuare a ingrandire, migliorarsi e meravigliare nel mondo milioni di persone”.

Foto F. Nebinger

Una volta suo padre disse che, se avesse potuto, gli sarebbe piaciuto diventare un artista di circo: un domatore, un acrobata, ma preferibilmente un clown, perché far ridere è il mestiere più difficile. E lei?
“Mi sarebbe piaciuto fare un numero con lui”, sorride e guarda lassù. “E lavorare con gli animali. Gli elefanti, soprattutto. Anche questa degli animali è una passione che mi ha trasmesso lui, e che col tempo è cresciuta dentro di me, non c’è cosa più bella al mondo del rapporto che si riesce a instaurare con gli animali. Io lavoro tutti i giorni con i miei animali, che vivono in un parco di Fonbonne à Peille, qui vicino, sulle alture del Principato. Ho montato anche un numero, con i miei cani…” Lo dice sussurrando, quasi con pudore. Che cani sono?
“Leonberger. Sono così imponenti, con quella criniera che ricorda quella dei leoni, che ho montato un numero simile a quello che si fa in gabbia con i leoni veri. Facciamo gli stessi movimenti, loro sembrano davvero dei leoni berberi”.

Lei ha studiato arti circensi?
“Oui”. Il suo sì è molto deciso. “A Parigi, all’Accademia di Annie Fratellini”.

Che ricordi ha di quel periodo?
“È stato fantastico. Come vivere su una nuvola. Avevo fatto di tutto per andarci, e sono stata molto triste quando ho dovuto tornare a casa”.

Il circo italiano è molto affezionato a Monte Carlo. Diversi nostri artisti hanno anche vinto il Clown d’Oro: Casartelli, Errani, Pellegrini, Togni, Nones, Fumagalli, Larible. Visto da qui, che impressione ha lei del circo italiano oggi?
“Conosco soprattutto le grandi famiglie del circo italiano, e vedo che continuano a battersi per proseguire il loro cammino con i loro animali. Stanno facendo degli sforzi generosi, e ho molto rispetto per questo: da Vinicio Togni, che tiene molto bene il suo circo e si batte per i propri animali, a Stefano Nones Orfei, che sta facendo anche lui un ottimo lavoro, e cito solo due nomi come esempio, senza per questo dimenticare tutti gli altri. L’importante è che i circensi italiani proseguano facendo sempre meglio per tenere viva una grande tradizione, e che lo facciano dandosi la mano per andare avanti assieme, senza arretrare davanti ai piccoli e grandi problemi quotidiani e senza rinchiudersi nel loro piccolo mondo. Bisogna avere una visione globale delle cose e muoversi nel modo più unitario possibile. Quello che conforta, in un panorama non sempre facile, in Italia come negli altri Paesi d’Europa,
è che le giovani generazioni sono mediamente molto valide, e proseguono sulla stessa strada dei loro predecessori più illustri. Per fare un esempio, all’ultima edizione del Festival New Generation abbiamo selezionato ben tre numeri di giovani artisti provenienti dall’Accademia del Circo di Verona: numeri bellissimi, da far venire la pelle d’oca”.

“Pelle d’oca” è l’unica frase che la Principessa dice in italiano. Ci sono anche giovani che vanno controcorrente e scelgono di fare i domatori, come Bruno Togni, il figlio di Flavio.
Bruno, oui, incroyable”.

Non dice Brunò, Stefanò, Viniciò, come farebbero i francesi che hanno la mania di francesizzare tutti i nomi accentando il finale. La sua pronuncia è perfetta. L’ultima domanda non è una domanda (lei ride di gusto), ma un invito. Ci piacerebbe, un giorno, mostrarle i nostri gioielli: l’Accademia del Circo a Verona, e il Centro di documentazione delle arti circensi, nella stessa città. Inoltre, farle incontrare gli studenti dell’Università di Milano durante le giornate di studio dedicate al circo. Possiamo sperare in una sua risposta positiva, Altezza?
“Ouiiiiiiiiiiiiiiii!”. La voce è squillante ed entusiasta. “Avec un grand, grand plaisir”.

L’intervista è pubblicata sul periodico “Circo” speciale inverno 2018-2019 col titolo “STÉPHANIE. IL CORAGGIO DI OSARE”.

Short URL: http://www.circo.it/?p=42412

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