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Funambolika 2019. A tutto circo

Massimo Locuratolo, storico collaboratore della rivista Circo e grande esperto di estetiche dello spettacolo dal vivo, analizza con cura l’edizione 2019 di Funambolika, che ha visto alternarsi diversi generi di circo, da quello classico al contemporaneo passando per vari gradi di contaminazione. Il risultato è stata una programmazione d’altissima qualità, prova empirica della magia del circo e della sua capacità di parlare al pubblico dei nostri tempi.

di Massimo Locuratolo

Sono trascorsi 50 anni da quando è iniziata la rivoluzione che avrebbe smantellato, una dopo l’altra, i canoni del circo tradizionale, aprendo il solco in cui sarebbe germogliato quello che viene definito nouveau cirque. Da allora sono stati esplorati svariati territori artistici tenendo conto delle possibilità offerte dalla contaminazione – col teatro, la danza e la musica –, dall’eclettismo formale, dalle tendenze estetiche che ciclicamente orientano il gusto collettivo e dai progressi tecnologici – ferme restando, comunque, le specificità tecnico/espressive delle varie discipline, che restano il solidissimo patrimonio storico circense.
I festival, quando presentano numeri e spettacoli sia classici che contemporanei, sono un’ottima occasione per mettere a confronto tradizione e ricerca. Tra questi Funambolika, quest’anno alla tredicesima edizione, il cui direttore artistico Raffaele De Ritis, coadiuvato da Alessandro Serena, ha espresso sin dall’inizio scelte artistiche di qualità consentendogli di acquisire una posizione di primo livello internazionale nel settore.

Il Teatro D’Annunzio pieno saluta gli artisti del Gran Gala du Cirque (foto di Silvia Mazzotta)

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Il Gran Gala du Cirque, con cui storicamente si conclude il programma (quest’anno si è svolto il 5 luglio al Teatro D’Annunzio di Pescara), ha proposto la tradizione. L’accostamento a date ravvicinate con Circo Zoé, che dal 22 giugno al primo luglio ha attirato 1500 spettatori nel suo piccolo chapiteau attendato presso il porto-canale, consente di compiere alcune considerazioni sui parametri formali che differenziano i generi.

Il tendone del Circo Zoé nella notte di Pescara (foto di Morisia Scurti)

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Born to be circus, questo il titolo dello spettacolo, si svolge sulla base di un flusso musicale continuo, suonato dal vivo, caratterizzato da echi e sonorità appartenenti all’ambito della world music che di fatto elimina la suddivisione tra i vari numeri, trasformandolo in una creazione la cui durata coincide con un’organica narrazione visiva. Gli eclettici giovani interpreti, provenienti da scuole di circo internazionali, illuminati sobriamente da alcuni lampadari fluttuanti nel vuoto si sono cimentati al cavo molle e teso, alla barra verticale, con la ruota Cyr (in due versioni) e in alcune emozionanti prove acrobatiche, abbigliati in stile urban. La presentazione scenica è apparsa priva degli atteggiamenti da ultramacho od orgogliosamente iperfemminili praticati sulle piste tradizionali – visti al Gala nelle performance dei White Gothic, dei Togni Brothers e di Olga Golubeva. Dove i ragazzi del Circo Zoé, per stemperare la tensione delle prove difficili, hanno mantenuto un atteggiamento allegramente ironico, gli artisti del Gala si sono lasciati andare, fra un esercizio e l’altro, a rapidi e camerateschi ammiccamenti oppure, ma nel mano a mano è una cifra estetica ricorrente, a pose plastiche da uomini che non devono chiedere mai, per mettere in mostra bicipiti e pettorali scolpiti nel marmo.

I giochi icariani dei Togni Brothers al Gran Gala du Cirque (foto di MasterGraphics Photography)

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Poi, se gli spostamenti nello spazio degli Icarian Games dei Togni, dei White Gothic, del duo The Same e di Olga Golubeva sono pensati rispettando le misure della pista circolare, in orizzontale, e dell’altezza dello chapiteau (qui solo immaginata, dato che il D’Annunzio è un teatro all’aperto) in verticale, Born to be circus ha invece frantumato i margini tra pista e gradinata con incursioni continue degli interpreti, anche durante le performance, in ogni angolo praticabile. La percezione stessa della sensualità emanata dai giovani corpi allenati – tipico fattore di seduzione nel circo – qui era diversa. I corpi sudati dei ragazzi del Circo Zoé erano a portata di mano, a meno di un metro dal primo cerchio di sedili: puri oggetti possibili del desiderio; e nel finale hanno inscenato una gag in cui uno di loro si offriva come souvenir dello spettacolo. Nel circo tradizionale, invece, le distanze rendono i corpi degli artisti belli e impossibili, oggetti irraggiungibili di desiderio, perché li separano da una dimensione carnale accessibile sistemandoli altrove. I costumi attillati di lamé e paillettes, le luci colorate e il pesante trucco scenico amplificano a dismisura questa surreale astrazione.

L’originale numero al lampione di Olga Golubeva al Gran Gala du Cirque (foto di MasterGraphics Photography)

La parte comica del Gala è stata affidata a Elastic, un gigante della visual comedy. Lavorando tra palco e platea, ha messo in scena una serie di gag mimiche arricchite da prove acrobatiche e di giocoleria che hanno conquistato il pubblico. Ha condiviso la scena con Françoise Rochais, che ha impersonato il ruolo dell’impacciata assistente pronta a tutto pur di dimostrare di essere all’altezza dello scatenato padrone di casa. Ma quando Elastic ha introdotto, con una rosa in mano, il momento poetico dello show lasciandole la scena, Françoise ha cambiato personaggio e interpretando prima una romantica donna inglese, poi una grintosa ragazza moderna in minigonna sulle note di Proud Mary nella versione soul di Tina Turner, ha eseguito il numero di giocoleria che le ha consentito di entrare nel Guinness dei Primati, rivelando di aver messo a punto, oltre che una tecnica spettacolare nel far danzare nel vuoto ogni tipo di oggetto, una dimensione nello jonglage squisitamente femminile.
My land, lo spettacolo della compagnia ungherese Recirquel rappresentato al teatro D’annunzio il 2 luglio, merita un discorso a parte.

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In bici a testa in giù, nel numero acrobatico del Circo Zoé

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Il regista, Bence Vagi, è stato un danzatore, passato poi al teatro, che ha studiato il modo per elaborare un’originale estetica di contaminazione tra le arti performative. La sua visione poetica le ha assimilate all’interno di un’opera organica che tutte le comprende superandone i confini, rendendone le specifiche convenzioni funzionali alla valorizzazione delle altre.

Atmosfere ancestrali per My land (foto di Stefania Grilli)

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La teatralità di My land, esplicita sin dal primo istante, quando i sette interpreti sono saliti lentamente sulla pedana rettangolare ricoperta di sabbia che stava al centro del palcoscenico, prendendone lentamente possesso coi corpi e le mani a significare la scoperta di un territorio sinora sconosciuto – e da lì lo spettacolo si è poi sviluppato illustrando le varie fasi dell’esistenza, dalle origini alla dissoluzione – era esaltata dalle figurazioni coreografiche le quali, a loro volta, hanno inglobato le prove circensi. Come il produttore ha spiegato a fine spettacolo, sono occorsi sei mesi di ricerche e sei mesi di prove, oltre che un casting severo in Ucraina per scegliere gli interpreti ideali, al fine di mettere a punto un meccanismo teatrale oliato sin nei dettagli.

La colonna sonora, che accosta czarde a canti gregoriani, percussioni tribali e cupi suoni di contrabbasso provenienti dalle viscere della terra a reminiscenze etniche, è stata pensata per sostenere immagini in cui si riconoscevano lampi di corpi caravaggeschi, atteggiamenti da rituali pagani, citazioni dal Bolero coreografato da Béjart e fluttuanti immagini picassiane ottenute con uno specchio ondeggiante che danzava alle spalle della pedana, il tutto organizzato registicamente coi tempi e le dinamiche di un rituale barbarico in cui le prove circensi, magnificamente eseguite, erano funzionali alla narrazione.
My land è uno spettacolo molto curato che osa parecchio, appartenente a un territorio creativo di cui, in questo momento, non è facile immaginare i confini. In piena notte, subito dopo la fine della rappresentazione pescarese – unica data italiana del tour europeo, la troupe, i tecnici e le attrezzature sono partiti per Avignone. My land doveva debuttare nel festival teatrale più famoso del mondo qualche giorno dopo.

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