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Fumagalli: “Il Clown d’Oro? E’ tutto per mio figlio Nino”

Le origini, la carriera, l’importante incontro con Bernhard Paul e la nascita dei Fumaboys, i successi di uno dei più grandi clown dei nostri tempi. Che propone ad altissimi livelli le antiche, nobili e popolari tradizioni del circo. Fino al grave lutto familiare, avvenuto circa due anni fa. “Sono certo che la sera della premiazione mio figlio avrà sorriso da lassù dove si trova”.

di Alessandro Serena

Il momento della premiazione all'ultimo festival di Monte-Carlo (foto Andrea Giachi)

Il momento della premiazione all’ultimo festival di Monte-Carlo (foto Andrea Giachi)

Gianni, a nome di tutti gli appassionati di circo i più vivi complimenti per il Clown d’Oro vinto a Monte Carlo e i ringraziamenti per portare in giro per il mondo l’arte italiana della risata ai più alti livelli. Puoi raccontare di te ai lettori della rivista?
Volentieri. Sono nato a Genova nel 1956, il giorno di Natale, per questo il mio nome per intero, non tutti lo sanno, è Natalino Giovanni, detto Gianni, solo più tardi conosciuto come Fumagalli, ma a questo arriveremo tra un po’. Mio papà Enrico (detto “Enrichetto”) non era di circo, era austriaco e aveva trovato lavoro da Liana Nando e Rinaldo Orfei, a quei tempi uno dei colossi europei. Mia mamma Daisy è una Huesca. Mio papà faceva anche lui il clown, così come lo zio Francesco “Nené”, quindi si può senza dubbio dire che sia una tradizione di famiglia, imparentati come siamo anche con i Canestrelli, i Larible e i Colombaioni. Papà fu anche ingaggiato da Fellini per I Clowns dove fu il protagonista di alcune scene importanti nate dal talento del grande regista italiano, fra cui il momento più toccante, quello del funerale del clown.

Una foto di scena del film I Clowns di Fellini, col padre di Fumagalli al centro

Una foto di scena del film I Clowns di Fellini, col padre di Fumagalli al centro

Tu e tuo fratello Daris però siete e siete stati anche buoni acrobati.
Adesso io ho il ginocchio un po’ malandato. In ogni caso tutto questo lo dobbiamo a nostro cognato Hans Bruckson, il marito di nostra sorella Elvira. Loro in realtà sono stati per me e mio fratello come dei genitori, in tutto e per tutto. Per quanto riguarda le tecniche acrobatiche, Hans è stato un istruttore formidabile, così com’era un ottimo artista, soprattutto per il “mano a mano”, la bascula e il fil di ferro. Discipline che univa nel suo numero chiamato i Feller Boys.

Gianni e Daris (foto Ahara Bischoff)

Gianni e Daris (foto Ahara Bischoff)

Cominciò una bella carriera internazionale.
Si, eravamo piuttosto richiesti. Fra i molti contratti ricordo bene che in Spagna lavorammo con la stella di allora, Angel Cristo, un grande personaggio, uno dei più forti e amati di quegli anni. La sua prima moglie Renata era una roccia ed una valida imprenditrice. Poi so che quando si è sposato con Barbara Rey l’impresa è andata via via disfacendosi, ma noi non eravamo già più lì e quindi non saprei come mai ci fu questa discesa. Comunque una bella esperienza. Avemmo anche l’occasione di passare una stagione con Walter Nones e la sorella Loredana che fecero una società con Cristo con lo spettacolo sul ghiaccio. Furono dei mesi molto belli, c’era una bella atmosfera di amicizia, cosa che adesso mi pare più rara.

Poi le pantomime in Inghilterra.
Sì, avevamo degli ingaggi in diversi circhi un po’ in tutta Europa, sino in Finlandia da Arnardo. Cominciammo ad alternarli con le pantomime nei grandi teatri del Regno Unito, come il Getty theatre in Dublino, al Palladium di Londra e molti altri. Del resto quella terra amava e ama molto quel tipo di spettacoli che di solito vengono allestiti per Natale, le Christmas Pantomimes e per pasqua le Easter. Credo che quello sia stato il momento di formazione più importante per noi. Eravamo in continuo contatto con importanti uomini di teatro, attori, registi, produttori ad altissimi livelli. Dovevamo metterci in gioco ad ogni nuova produzione in maniera differente. Abbiamo quindi potuto sviluppare le doti comiche ed acrobatiche che già avevamo mettendole a disposizione di uno staff creativo eccezionale. Eravamo gli specialy acts e in più i “caratteri”, interpretando personaggi buoni o cattivi, con momenti molto poetici oppure vere e proprie scazzottate in scena. Siamo stati in questo giro per circa tre lustri con tournée sino in Nord America. In Canada, a Ottawa, mi ricordo, che lavorammo in un teatro, il Royal Alexander, con alcuni artisti dell’attuale Cirque du Soleil. Quando qualche anno fa Guy La Liberté venne a vederci da Knie, sorridemmo nel ricordare quei momenti.

Nico, Gianni e Daris con l’amico d’eccezione Arturo Brachetti, in visita al Festival di Monte Carlo (foto Andrea Giachi)

Nico, Gianni e Daris con l’amico d’eccezione Arturo Brachetti, in visita al Festival di Monte Carlo (foto Andrea Giachi)

Importante l’incontro con Bernhard Paul.
Per me è stato determinante. Eravamo in Austria dalla Signora Jacobi Althoff e qualcuno aveva detto ad Eliana Larible, moglie di Bernhard, creatore del Circo Roncalli, che c’era questo piccoletto che non andava male. Lei aveva risposto: “Ma certo, è mio cugino!”. Bernhard è venuto a vederci, mi pare nel 1992, e da lì a un paio di anni ci ha ingaggiati. Così è nato, piano piano, Fumagalli, riprendendo il nome d’arte di mio papà. Il personaggio con i capelli così particolari pare gli sia venuto in mente grazie ad una foto mostrata dal signor Freddy Knie senior. Ma in generale devo dire che Paul è un grande talento nella costruzione dei caratteri, ha un tocco magico. Inoltre fra tutti i direttori di circo è quello che ama di più la comicità e che presta maggiore attenzione nella costruzione degli spettacoli, lui sa che personaggio cucire attorno ad ogni artista a seconda delle sue caratteristiche. Quindi ovviamente Fumagalli e Gianni sono la stessa persona, ma lo ha intuito Bernhard. Gli sarò grato per sempre e mi piacerebbe tornare a lavorare da lui un giorno.

I Fumaboys

I Fumaboys

È stata sua anche l’idea dei Fumaboys.
Sicuro. La prima ricostruzione si chiamava Taloboys, da un gruppo di acrobati veramente esistiti e di grande valore. Bernhard ebbe l’idea di farne una pantomima e pian piano, con molte modifiche negli anni, venne fuori il numero che adesso io porto in giro in maniera autonoma. Da Roncalli ci furono diverse versioni con diversi artisti, incluso il grande Andrey Jigalov, per me uno dei migliori clown in circolazione.
Ricordo che durante la permanenza di Roncalli a Vienna venne a trovarci un signore anziano, ebbene era l’ultimo degli originali Taloboys. Dopo aver visto il numero e capito le nostre intenzioni che erano di fare un omaggio e non certo una presa in giro, ci diede la sua bonaria benedizione.

Un momento di Ape dammi il miele (foto Charlie Gallo)

Un momento di Ape dammi il miele (foto Charlie Gallo)

Poi arrivò Ape dammi il miele, che è diventata il tuo cavallo di battaglia.
Sì, piano piano Bernhard mi stava dando sempre più spazio da Roncalli. In realtà eravamo arrivati, Daris ed io, un po’ come rincalzi e poi lui decise di darci più fiducia. Con Ape dammi il miele ci sentivamo del resto proprio a casa nostra. L’avevamo già fatta da nostro cugino Leris Colombaioni negli ‘80 in Italia nelle arene, dove Leris è fortissimo. Certo da Roncalli la sviluppammo ulteriormente e ora la mandiamo in pratica a memoria e la padroneggiamo per la gioia del pubblico. Facciamo un po’ come faceva Totò con i suoi sketch, certe volte potremmo andare avanti per mezz’ora con gli spettatori a tenersi la pancia.
Insomma con Bernhard abbiamo ricreato la maschera dell’inserviente goffo, irriverente e allo stesso tempo tenero. Sempre in pista durante lo spettacolo con piccole gag che confluiscono in un lungo numero finale (spesso Ape dammi il miele) eseguito con lo stesso Paul o con il veterano Francesco Caroli (grande maestro d’arte). Ovviamente sempre in coppia con mio fratello Daris, anch’egli esperto acrobata e uomo di pista, nei panni del meticoloso ringmaster.

Poi il Clown d’Argento a Monte Carlo e le grandi case internazionali.
Sì, rimanemmo da Roncalli sino al 2000, sempre alternando le stagioni al circo con qualche prestigioso teatro di varietà diretto dallo stesso Benrhard. Nel 2001 partecipammo per la prima volta al Festival di Monte Carlo e prendemmo l’Argento. Anche questo contribuì a spianarci la strada dei maggiori complessi del mondo. Da allora abbiamo avuto la fortuna di essere sempre molto richiesti e per questo inanellare case come Knie, Cirque d’Hiver Bouglione, Teatro Carrè, Big Apple, Krone Bau, Stuttgart, Cirkus Benneweis, anche il Medrano dei Casartelli. In quasi tutte queste case siamo sempre ritornati più volte, a riprova di come sia il pubblico che le direzioni rimangano contenti dei risultati.
In verità nel 2001 facemmo una breve esperienza con il Circus Fumagalli. Dal punto di vista artistico molto interessante, con un cast davvero di livello con i Peres, i Bello, Willer Nicolodi e molti altri ancora, ma da un punto di vista imprenditoriale poco fortunato perché i produttori erano poco avvezzi al nostro settore e quindi l’avventura, pur bella, durò poco.

Tu spesso sei protagonista di spettacoli in stile italiano, come vieni accolto?
Il mio personaggio e quello di Daris sono italiani, gli spettatori ci riconoscono come tali e ci piace alle volte montare gli spettacoli ai quali prendiamo parte in modo che siano dedicati alla nostra patria, così è successo con Bella Italia ma anche numerose altre volte. L’arte della commedia e del circo italiano sono molto apprezzate e richieste all’estero.

Mentre in Italia il panorama non è così roseo. Come vedi da fuori la situazione del circo da noi?
Non la conosco bene e non vorrei quindi dare giudizi affrettati. Di sicuro gli artisti italiani di tutte le discipline sono molto apprezzati in tutto il mondo. Proprio per questo è ancora di più un peccato la grave crisi del settore in Italia, spero che passi presto. Una cosa che mi fa stare male è la posizione estrema di molti animalisti. Io non lavoro con gli animali e mi sta molto a cuore la loro salute. Sono d’accordo a punire chi non li tratta bene. Ma questi attacchi nel mucchio, anche nelle modalità, mi sembrano davvero una cosa detestabile.

L'abbraccio con Stephanie di Monaco

L’abbraccio con Stephanie di Monaco

Cosa pensi del Festival di Monte Carlo?
Ogni volta che ci penso mi chiedo cosa spinga SAS la Principessa Stephanie a dare tutta sé stessa in questa maniera. Ovviamente bisogna ringraziare suo padre, il compianto Principe Ranieri. Ma lei è davvero innamorata del circo e profonde tutte le sue energie non solo per la rassegna nel suo principato, ma in generale per lo sviluppo di quest’arte. Non mi riferisco solo alla lodevole iniziativa di Baby e Nepal ma ad un’attività di sostegno costante che dura da molto tempo. Un “hip hip hurra” per la Principessa e per la famiglia reale. Inoltre si è circondata di uno staff incredibile che gestisce nel migliore dei modi la più importante manifestazione circense internazionale.

Giovanni (Nino) Huesca

Giovanni (Nino) Huesca

Fra tutti questi trionfi ti è purtroppo capitato un grave dramma famigliare.
Sono sposato con Angela Fossett, della celebre famiglia del circo irlandese che mi ha dato tre figli. I più grandi, Giovanni “Nino” e Nikolay “Niko” avevano da qualche tempo debuttato in un numero di icariani e viaggiavamo e lavoravamo insieme. Un brutto giorno a Nino è stato diagnosticato il male del secolo alla testa. È iniziato un percorso fatto di sofferenza e speranza. Cure, viaggi continui da un centro specializzato all’altro, momenti di ripresa con i medici che lo chiamavano “il leone del circo” per la sua forza e tenacia. Poi purtroppo, in aprile saranno due anni, non ha più resistito e ci ha lasciati appena ventisettenne. Nella sofferenza abbiamo scoperto che era un ragazzo molto amato da tutti nel nostro ambiente.
Dopo quell’episodio non volevo più lavorare. Ho ripreso al Cirque d’Hiver per due motivi, primo perché avevo già preso l’impegno con gli amici Bouglione e poi per le parole di mio cugino David Larible che stimo come uomo e come il grande artista che è. Mi ero consigliato con lui e lui mi disse: “Cugino vai che devi tornare a lavorare, devi farlo per tuo figlio.” Né io né mia moglie ci siamo ancora ripresi. Ma abbiamo altri due figli e dobbiamo andare avanti anche per loro.
Il Clown d’Oro a Monte Carlo lo dedico con tutto il cuore a mio figlio Nino che, sono certo, la sera della premiazione avrà sorriso da lassù dove si trova.

L’intervista è pubblicata sulla rivista Circo marzo 2015.

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