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Divagazioni ferragostane

Ma i circhi hanno bisogno dei contributi?

Antonio Buccioni (foto Flavio Michi)

Antonio Buccioni (foto Flavio Michi)

Oggi sono stato al ministero per i Beni e le Attività Culturali ed ho appreso un dato allarmante e ai limiti dell’incredibile nel contempo: praticamente solo quattro complessi, fra piccoli e medi, hanno chiuso le pratiche relative ai finanziamenti, comprese quelle al 31 dicembre 2012, riscuotendo i relativi importi.
Nelle stanze del ministero si va diffondendo una sensazione pericolosissima, e cioè che i circensi non abbiano poi questa grande necessità di contributi, circostanza che – con riferimento alla particolare situazione che si sta vivendo – risulta letteralmente paradossale.
C’è sinceramente da augurarsi che direttori, comproprietari, segretari e commercialisti egualmente coinvolti e corresponsabili della gestione amministrativa delle proprie aziende, sfatino con la massima solerzia l’incredibile opinione, se del caso muovendo ciascuno rapidamente il sederino. Il ritorno dalle vacanze potrebbe riservare terribili sorprese con conseguenze catastrofiche. In altre parole, non autodistruggettevi finché siete in tempo!

A Gioia sull’uso ed abuso del nome Orfei

Cara Gioia,
ricordo con piacere gli anni delle tournée romane quando, a causa delle evidentemente mie ricorrenti gaffes, ero stato ribattezzato dal fedele Amedeo col soprannome di “paperissima”.
Mi colpisce, ma non è certo una sorpresa, l’amore che conservi inalterato nei confronti del tuo caro papà, così come la sua tristezza pervenuta a dimensioni cosmiche.
Due brevi riflessioni, la seconda delle quali ho avuto modo di esprimere qualche mese fa anche a tua zia Liana nel corso di un colloquio franco e scevro da ipocrisie.
La prima, la crisi sta divorando il Paese sotto ogni aspetto: probabilmente se nei giorni della sua tappa sulla Riviera romagnola tuo papà si fosse affacciato nella sala cinematografica più prossima al sito in cui era installato il circo, non vi avrebbe trovato più di una decina di spettatori.
Quanto all’uso improprio, scorretto o abusivo del nome Orfei, ed è la seconda riflessione, ribadisco: non esiste libro che possa cominciare dal secondo capitolo. E’ imprescindibile che prima di ogni altra presa di posizione, i rappresentanti della famiglia Orfei, o almeno – senza eccezioni – i propri esponenti più rappresentativi,
esprimano un indirizzo univoco, inequivocabile e coerente, altrimenti si rischia, sia pure involontariamente, di prodursi in un’autoaccusa, circostanza verificatasi tra lo stupore generale a Roma durante la Giornata professionale del circo del 10 luglio scorso.
In altre parole, Ente Nazionale Circhi, ministero per i Beni e le Attività Culturali (tra l’altro, a seguito delle riforme costituzionali di inizio millennio, oggi non più regolatore del settore ma esclusivamente erogatore di contributi), Repubblica italiana, Unione Europea, Onu e perfino Papa Francesco, nulla possono in materia di serio e concreto se a monte non venga espresso da parte dei componenti della famiglia, o comunque di quelli palesemente più rappresentativi, un indirizzo che non si presti a nessun tipo di equivoco.
Un caro saluto con la simpatia di sempre.

Dedicato ad un pubblico amministratore di un Comune capoluogo di provincia del nord-ovest d’Italia

Me rode er c…

In questi giorni di mezz’agosto qualche ora di pausa nella frenetica attività lavorativa mi fa riscoprire la mia autentica vocazione fiumarola da schietto popolano romano. Sulle sponde del Tevere i silenzi carichi di pensieri vengono interrotti dalle gradite visite della fauna del fiume sacro ai destini di Roma: cormorani e gabbiani, qualche nutria, talvolta qualche meno gradito sorcio (in italiano topo). E’ un riappropriarsi della natura e delle proprie origini che dura pochi giorni ma che ti consolida nella convinzione che giacca e cravatta non siano altro che un necessario costume di scena e il miglior uso della lingua italiana il testo di un copione da recitare. Se mi si consente la presunzione, la soddisfazione di un animo rimasto – nonostante tutto – semplice e vero.
La premessa calza perfettamente nei confronti di un pubblico amministratore di una città capoluogo di provincia del nord-ovest, che recentemente ha visto sacrosantamente trionfare i diritti costituzionalmente riconosciuti della gente del circo. Questo amministratore, in spregio delle leggi dello Stato e della volontà popolare, si è brillantemente prodotto nell’intimidazione morale ben oltre i limiti della decenza e di quella giuridica appena sotto i limiti della denuncia penale, nei confronti di un direttore di un importante complesso circense italiano.
In maniera colorita ed inequivocabile desidero al riguardo esprimere questo: per un lato l’amministratore può stare tranquillo avendo asserito che la popolazione intera di quella città non vuole più il circo. Se tale assunto corrisponde a verità dovrebbe addirittura essere tranquillissimo di fronte alla sua convinta prospettiva per cui il circo non avrà spettatori e di conseguenza in quella città nessuno farà più domanda ritenendola un flagello dal punto di vista commerciale. Se poi la volontà popolare dovesse dimostrare il contrario, allora si ficchi bene nel cervello e nel c… di rispettare la legge dello Stato e la volontà popolare perché ha sinceramente rotto i c… oni. E a proposito di volontà popolare, tanto decantata, una volta per tutte cerchiamo di essere seri perché c’è chi vorrebbe magari abolire la lirica facendo leva sull’opinione di quelli che nemmeno sanno che l’Aida sia stata musicata da Giuseppe Verdi. Chi non è mai stato a un circo non ha il diritto di avere un’opinione al riguardo, ed è come se si chiedesse – in questo Paese ormai c’è da aspettarsi di tutto – l’abolizione delle mozzarelle di bufala basandosi sull’opinione di chi non ne ha mai mangiata una.
Lui e tutti gli animalisti, una volta per tutte, prendano serenamente cognizione: 1) che è il popolo degli spettatori paganti e la sua volontà a determinare l’avvenire del circo, che chiuderà solamente se i botteghini rimarranno deserti; 2) che provvedimenti di discriminazione razziale in questo Paese, che pure perpetua molte ingiustizie, sono comunque venuti meno a seguito delle determinazioni Regie successive alla seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, e non mi sembra che sia proprio il caso di ripristinarli né in linea generale, né in linea particolare nei confronti di comunità di lavoro e di modello multietnico come quella del circo, perché questi, al mio paese, concreterebbero disposizioni razzistiche e di neonazismo.

Possiate tutti trascorrere un Ferragosto sereno e di qualche soddisfazione anche economica.

Antonio Buccioni

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