Cindy Sherman, ritratti di clown dopo l’11 settembre
Cindy Sherman è stata considerata una delle artiste più influenti del XX secolo. Figlia di un ingegnere e di un’insegnante di letteratura Cindy Sherman (1954) cresce negli Stati Uniti che la vedono giovane nell’epoca della rivoluzione sessuale, delle veementi rivendicazioni delle donne e dello sviluppo dell’arte in chiave provocatoria.Sua passione sin da bambina sono i travestimenti e, dopo una laurea in arte presa alla New York State University di Buffalo, si trasferisce a Manhattan dove dopo un iniziale periodo dedicato alla pittura sposa definitivamente la fotografia. Curioso riportare come all’epoca dell’università la Sherman sia stata rimandata proprio in fotografia a causa delle sue carenze nella tecnica di stampa analogica. Si specializza sempre più in quel genere della fotografia che è l’autoritratto la cui fenomenologia, curiosamente, è tutta esclusivamente femminile.
E’ molto raro trovare un corpus consistente di autoritratti fotografici che abbiano uomini come protagonisti; questo genere di ritrattistica è una prerogativa femminile, forse perché le donne sanno avere uno sguardo acuto e penetrante anche e soprattutto nei confronti di se stesse. Le sue fotografie, suddivise in serie accomunate di differenti tematiche che le intitolano, la vedono sempre protagonista mascherata: lei posa davanti alla sua macchina e si traveste per mettere in scena solitamente uno stereotipo che combatte contro gli stereotipi.Tutto è iniziato all’epoca della rivoluzione femminile quando la Sherman scelse di realizzare una serie fotografica che si richiamava ai fotogrammi del cinema; in ogni posa lei interpretava delle avvenenti attrici di grossolani B Movie. Così facendo, all’apparenza, compiaceva lo sguardo maschile interpretando lo stereotipo della vamp ma caricandolo nella sua rappresentazione finiva per creare una parodia, raffinata, dello stereotipo.
Questa è quindi è la terza caratteristica dei lavori di Cindy Sherman: dopo l’autoreferenzialità e il travestimento, l’uso dello stereotipo in chiave parodistica e talvolta grottesca, quasi orrorifica. Untitled Film Stills, Murdered Mistery People, Rear Screen Projection, la grottesca serie Fairy Tales, commissionata da Vanity Fair e mai pubblicata perchè distorceva troppo il mondo delle fiabe. Questi sono solamente alcuni nomi delle serie fotografiche Cindy Sherman, dagli anni ’70 a oggi, che ha prodotto e realizzato. Conosce una battuta d’arresto agli inizi del XXI secolo, al passaggio che dalla pellicola porta al digitale al quale non è completamente avvezza. Però non demorde e sperimenta la manipolazione digitale e si concede anche alla regia cinematografica, rimasta in patria, che riscuote un buon successo di critica ma non altrettanto di pubblico.E’ del 2002 la serie Clowns, dedicata all’omonimo personaggio circense. L’origine della scelta di dedicare spazio a questo personaggio non è per niente nuova e, presto o tardi, un’artista dedita all’autoscatto, ci sarebbe comunque arrivata: l’artista che si guarda, si esplora, si sviscera non può fare a meno di riflettere sulla sua condizione di “diverso”, di emarginato, di frainteso.
Lo sapeva bene Jean Starobinkij che in un meraviglioso saggio tratta proprio dell’artista che si paragona a un povero circense, solitamente un clown costretto a sorridere pur avendo cinismo o mal di vivere. E infatti ciò che la Sherman vuole esprimere con le fotografie dedicate ai clown è il dolore che può nascondersi sotto un esagerato sorriso dipinto. Secondo la collaudata modalità del travestimento e dell’autoscatto la Sherman impersona diverse tipologie di clown, alcune bizzarre, altre grottesche, felici, tristi, spaventate e spaventose. Sono fotografie scattate in analogico ma manipolate, negli sfondi, con la tecnica digitale. Per Cindy Sherman, che nel 2002 voleva esprimere un misto di sentimenti nuovi pur con lo stile parodistico di sempre, il clown è perfetto poiché secondo lei il pagliaccio è un essere triste ma anche istericamente e psicoticamente felice, crea un curioso equilibrio tra la tristezza dipinta sotto il sorriso artificiale (tematica non certo nuova, basti pensare all’uomo che ride di Hugo o al “Ridi Pagliaccio” musicato da Mascagni).
Certo un artista che il clown lo fa di mestiere non si troverebbe particolarmente d’accordo con tale affermazione, ma chi sta davanti a una tela, a una scultura o dietro una macchina fotografica non è in pista a far divertire una folla; si sente più un profeta che deve trasmettere un messaggio che risente necessariamente dei tempi moderni e quando la serie Clown ha visto la luce era passato pochissimo tempo dall’11 settembre. La felicità isterica e costrittiva che la Sherman voleva esprimere ha dunque un senso.Oggi il MOMA di New York dedica una retrospettiva a questa artista: il museo, dal 26 febbraio all’11 giugno, esporrà 170 fotografie della Sherman, dalle iniziali immagini ispirate ai B Movie sino alle più recenti esplorazioni, passando naturalmente per i suoi isterici clown.
Stefania Ciocca
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